COLLETTIVA DI PITTURA

 

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In occasione della sagra di Santa Marta a Valle San Giorgio, si svolge, in questi giorni, un’interessante mostra collettiva di pittura del corso permanente di acquerello a cura di Simone Rolandi, arte-terapeuta.

Ad ospitare gli elaborati delle allieve è la villa Mantua-Benavides https://www.euganeamente.it/villa-mantua-benavides/ sede della scuola di naturopatia “Hermes” http://www.naturopatia-hermes.it/scuola-di-naturopatia/

Donatella, una delle allieve, mi spiega la genesi del progetto, la nascita di questa collettiva proposta dal maestro: si tratta di temi sui quali hanno lavorato attraverso il colore, l’esperienza del colore. I temi possono essere gli alberi, la rosa, la luce e la tenebra, la figura umana, il blu, il rosso; su questi temi ogni allieva ha sviluppato un personale modo di interpretare le indicazioni via via fornite. Per la realizzazione dell’esposizione ognuna ha attribuito un titolo, secondo l’interpretazione del proprio dipinto. Ci sono anche frasi che ciascuna ha estrapolato da scritti di autori vari…

ILARIA GOBBO

IMG_641001fb5a8c-01f2-4f86-bb78-bdaee56b0da1BATTIATO ILARIA

MARIA COSETTA TASSETTO

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DONATELLA FORTIN

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SIMONETTA LAZZARINI

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ILARIA PITTARELLO

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CLAUDIA BOZZA

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SOILI LOLLO

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MARA ZUECCO

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MARTA SAORIN

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All’entrata della mostra possiamo farci un’idea leggendo quanto segue:

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L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è.
(Paul Klee)

Chi lavora con le sue mani è un lavoratore. Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano. Chi lavora con le sue mani e la sua testa ed il suo cuore è un artista.
(San Francesco d’Assisi)

Quando un’opera d’arte sembra in anticipo sul suo tempo, è vero invece che il tempo è in ritardo rispetto all’opera. (Jean Cocteau)

Noi uomini moderni dobbiamo creare opere d’arte in cui la forma esprima di più di quella naturalistica. … Dobbiamo giungere a vedere ciò che di artistico c’è nella natura, ciò che nella natura fa vivere la forma, così da ottenere una vita della forma superiore a quella esistente nella stessa natura” (Steiner)

Alcuni lavori realizzati con l’argilla:

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Marta, un’altra allieva, sottolinea la socialità del progetto: la scelta dei lavori da esporre è stata fatta in modo collettivo Non si tratta di un dipinto “eseguito” in solitaria e poi esposto; i dipinti esposti sono stati scelti da tutte  per ciascuna. C’è una decina di lavori a testa e ognuno è stato scelto dall’intero gruppo.

Durante la mia visita rimango affascinata da un lavoro a carboncino che si intitola “I sette processi”.

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Di che processi si tratta?

Stavolta mi rivolgo a Ilaria che mi enumera i processi: respirazione, calore, nutrizione, secrezione, mantenimento, crescita e riproduzione.

Senza addentrarsi in discorsi antroposofici sui 7 processi vitali individuati da Steiner, basti sapere che come il bruco diventa farfalla per poi lasciar posto ad altro (evoluzione), come una cellula si rinnova e cambia continuamente, attraversando varie fasi, così è per l’essere umano.

Nella stanza “Redon” in cui ordinariamente si svolge il corso di pittura, sono esposti  disegni a carboncino e a gessetto: i primi rappresentano una sfera, i secondi una ciotola.

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E’ lo stesso disegno realizzato da ciascuna allieva: il risultato non è dato partendo dal disegno della sfera e della ciotola, poi colorati, ma dal colore, sfumato intorno all’idea dell’oggetto/soggetto, giocando su ombra e luce, su pieni e vuoti.  Il risultato non è bello o brutto, ben riuscito o riuscito male, ma ciò che è stata l’esperienza personale con la materia, è ciò che emerge dall’esperienza, nessun giudizio. Ciò che conta è il processo, diremo, non il prodotto. Devo dire, tuttavia, che tutti i prodotti hanno un impatto emotivo rilevante, in primis per chi lo realizza, ma anche per lo spettatore che si trova immerso in diverse esperienze delle stesse “situazioni”.

In questo video si possono vedere i lavori dall’alto al basso fino alle formelle di argilla, il cui risultato è spiegato subito dopo. Vediamo anche i lavori con la lana cardata!

In questa sala, nelle pareti e nell’esposizione delle formelle disposte sui tavoli lungo il muro, vi è la realizzazione di un processo molto complesso che ha impegnato il gruppo per diversi mesi.

Il gesto d’apertura è stato quello di realizzare alcune linee con il carboncino, non pensate, assolutamente istintuali, “vulcaniche” secondo modalità che solitamente non appartengono al metodo che prevalentemente sperimentiamo in questi corsi. Poi queste linee sono state riportate sulla superficie dell’argilla che era stata formata partendo da piccoli pezzetti (frammentazione, tipica dell’elemento Terra) uniti in unica superficie (unità e superficie, tipica dell’elemento Acqua). Finalmente questi segni nella morbida creta possono diventare pretesto per portare a coscienza ciò che era partito da zone remote del proprio essere (subconscio), attraverso il modellaggio di forme convesse e concave; incontriamo quindi, di nuovo, queste polarità di luce e tenebra che già abbiamo descritto nelle altre sale, riguardo la pittura. Volumi che si espandono e ci vengono incontro, nella luce e altri che si ritraggono, nell’ombra…cercare, sensibilizzandosi, il corretto equilibrio fra gli uni e gli altri diviene il non facile compito per la realizzazione del bassorilievo e, altresì, esercizio e indicazione sulla qualità della temperanza. Il senso del tatto (fra gli altri), viene particolarmente educato.

Successivamente, nuove competenze tecniche, grafiche, vengono acquisite e sperimentate dall’artista che affronta la realizzazione di una sfera e poi di una ciotola; oggetti si semplici, ma solo apparentemente, poichèsi ha a che vedere con forze polari, di espansione e contrazione. Partendo ancora una volta dalle proprie capacità immaginative (quindi non è copia dal vero), via via intessendo luce e ombra (carboncino nel caso della sfera) si estrae la forma con le sue regole di luce ed ombra. Allo stesso modo con la ciotola dove lo stendere i gessetti (o del pastello nel caso del tratteggio) ha ordinato i giochi di colore portando via via all’immagine riconoscibile di un contenitore semisferico. E’ importante sottolineare che, ancora una volta, non c’è un disegno pregresso, ma le forme nascono lentamente dallo stratificarsi di pigmenti o dallo scegliere di ometterli o rarefarli…questo è giocoforza un continuo esercizio alla scelta, ma è una scelta che poggia su un sentire estetico di giochi di equilibrio, piuttosto che precisa tecnica frutto del pensiero meccanicista. La sfera, archetipo di forze quiete o in lieve tensione verso l’espandersi, forze che rimangono addormentate, poco coscienti; nella ciotola invece, lo scavare, il creare uno spazio, lo spazio che può contenere, contenere anche una vita interiore, che sveglia, rende coscienti. La realizzazione di questi convesso e concavo anche graficamente, ha permesso di approcciare le linee iniziali, quelle frutto di quel gesto istintivo iniziale con maggior padronanza, e sviluppare, prendendo spunto da esse, un nuovo lavoro, di nuovo con il carboncino. Sono stati realizzati i “movimenti” che già erano stati impressi modellando le formelle, lasciando la libertà di rivederne i tratti o interi spazi, di corregerli se si riteneva opportuno, tenendo conto che ogni processo artistico dovrebbe rimanere nel presente, puro luogo del sentire.

Infine un rapido divertissement è stata la realizzazione del calco del bassorilievo con le cerette, per riprendere contatto con il colore, dopo lungo tempo passato con il solo chiaro/scuro e poi una meditazione finale dove la sola memoria dei gesti fondamentali delle formelle dovevano essere portati pittoricamente con l’acquerello su carta bagnata.

E’ di fondamentale importanza evidenziare che tutti i lavori vengono sempre realizzati con grandissima attenzione al processo, quasi dimentichi di quello che sarà il risultato finale. Certo, perseguire un buon risultato è anche lo scopo che poi può risultare gradito a tutti, ma ciò che conta, affinché il percorso doni le sue speciali qualità è rimanere nel presente, nell’amore per la cosa in ogni istante. Caspar David Friedrichsuggeriva che nel dipingere bisogna sempre farlo in modo che quello che c’è nella tela sia gradevole, sempre, in ogni fase: anche se inaspettatamente fossimo costretti a non terminare il quadro, quel che rimane deve risultare bello. E’ un grande insegnamento per vivere al meglio il momento presente, oggi.

Ho la fortuna di incontrare il maestro al quale porgo alcune domande…

Cosa mi dici sul processo che nasce e si sviluppa attraverso la lavorazione della materia, l’esperienza che si vive attraverso il colore?

Dipingendo, cercando di sensibilizzare lo sguardo, di raffinare l’occhio e la mano i colori si combinano, si sovrappongono e attraverso continui cambiamenti e metamorfosi, come avviene in Natura, ad un certo punto si creano delle forme e in esse si può giungere a cogliere immagini, delle figure; esse possono essere lasciate nel mondo del colore che le ha generate oppure possono venire “estratte” da esso rendendole più o meno evidenti cosicché anche un altro osservatore (oltre all’artista) possa vederle.

L’acquerello è il metodo che più di tutti può permettere questo tipo di lavoro, per la sua trasparenza, per la possibilità di creare colori sorprendenti, sempre nuovi (nel presente 0 concetto) sul foglio e non sulla tavolozza (preconcetto = passato) attraverso i ripetuti passaggi, per la capacità che ha di far percepire l’essenza del colore stesso come fenomeno della luce.

Quando nasce tutto questo?

Nel 1810 Goethe (Johann Wolfgang Von) pubblica la prima edizione della sua “teoria dei colori”, https://it.wikipedia.org/wiki/La_teoria_dei_colori_(Goethe)

E’ un poderoso lavoro scientifico che lo impegnò per quarant’anni e che solo apparentemente si discosta dalla produzione del Goethe letterato poiché, come ebbero ad affermare illustri intellettuali del suo tempo, ci trovavamo di fronte all’ultimo”genio universale”, dove scienza ed arte si dischiudevano agli occhi e al cuore di un solo uomo… La teoria dei colori di Goethe è successiva a quella di Newton (tuttora insegnati nelle scuole) e la supera per complessità descrittiva e rigorosità scientifica, giungendo ad articolare gli studi di ottica con quelli filosofici e dello psichismo umano cogliendo connessioni di tipo archetipico. Sulla base di questa teoria, successivamente sviluppata da Rudolf Steiner (fondatore della moderna Antroposofia), si basa il genere di pittura ad acquerello che ha dato origine alla maggior parte dei dipinti presenti in mostra.

Cos’è l’arte-terapia?

L’esercizio dell’arte e non soltanto il consumo passivo è un’attività che di per sé favorisce lo sviluppo armonico dell’essere umano, mettendo in equilibrio l’istituto e la ragione, cioè la componente fisica e quella spirituale. . Il corso di educazione artistica (arti grafico pittoriche e modellaggio della creta) non è puramente artistico, ma si basa su principi dell’arte-terapia riconosciuta dalla Medicina Antroposofica; questi principi riallacciano le prassi operative sull’esperienza europea maturata negli ultimi cinquant’anni partendo dall’impulso antropologico dato da Rudolf Steiner e sviluppatosi in una vasta esperienza clinica in strutture sanitari pubbliche e private, soprattutto in Germania, Svizzera e Olanda.

Per queste ragioni le lezioni vengono spesso caratterizzate individualmente sulle specifiche esigenze, non solamente di tecnica artistica, che l’insegnante individua nella persona, la quale può cogliere, nella realizzazione dell’elaborato artistico, una speciale forma di autoeducazione.

Con che frequenza si tengono i corsi di acquerello? Puoi dirci qualcosa sui temi che si affrontano?

Il corso si tiene tutti i venerdì da ottobre a giugno di ogni anno e consta di esercizi e tecniche che sviluppano temi tra cui la teoria dei colori (Goethe/Steiner), forma, linea superficie, quattro elementi, temperamenti, stagioni, regni di natura, forze centripete e centrifughe, triarticolazione di Uomo e Natura.

Le tecniche sono molto varie e si cerca sempre di utilizzare materiali di origine minerale e vegetale, il più possibile naturali, ecologici e atossici: acquerello su carta bagnata e asciutta, velature. gessetto, pastello, carboncino, modellaggio della creta.

Il metodo proposto offre un momento meditativo, nel quale si crea un’intima relazione con il colore (anima del mondo). L’intessersi dei colori suggerisce, attivando le forze creative che ciascuno possiede, lo sviluppo, l’evolversi di ogni elaborato artistico che sarà sempre inaspettato, sorprendente! In questo modo la pittura permette di dire cose che non sono ancora state dette, che non esistono ancora nella coscienza delle parole…

Rudolf Steiner sosteneva che tutte le cose devono collegarsi le une alle altre. Si deve poter passare dalla teoria dei colori alla salute e alla malattia. Questo si può fare soltanto partendo dalla teoria dei colori di Goethe, perché essa sa dentro la natura semplicemente in modo conforme alla natura stessa, mentre non si potrà mai farlo partendo dalla teoria dei colori  di Newton, perché è qualcosa d escogitato che non sta affatto nella natura e non sa proprio spiegare i fenomeni più semplici, come il rosso dell’aurora e il blu del cielo.

In che senso?

Steiner sostiene che come il mondo fuori può essere considerato un’armonia di tenebra e luce, così anche la nostra stessa interiorità, soprattutto in quanto essa si estende nello spazio, può essere considerata come luce e tenebra. Soltanto che per la nostra coscienza individuale la luce  è pensiero, rappresentazione; la tenebra in noi è volontà che diventa bontà, amore.

Sarà possibile visitare la mostra tutti i giorni fino a martedì 30 luglio, dalle 19 alle 23.

“Pesto” recipe for not-Italian tongue – Gourmet secrets from a not-chef but good eater.

The green color of basil, the perfect shape of pine nuts and of garlic clove(s), some sheep cheese, e.v.o. (extra virgin olive oil). Chop all this raw food together, inhale and have beautiful thoughts while chopping… that’s it! Yummy 🙂

Today, while preparing one of the sauces I love, I was thinking of writing “my” pesto recipe for my world-wide friends, the ones I have already met and the ones I haven’t yet. So, writing it in Italian would have been kinda trivial, since Italians know what I’m talking about and there are plenty videos and links in the web showing how to make this green, earth-scented sauce. So my love for cooking, even if I’m not an every-day-cooker or a chef, brought me here.

First of all collect an important quantity of basil from your garden. If you don’t have a garden with basil plants, you can buy a little vase with a little plant: make it grow up for a few days or transplant it in a bigger pot, wait one week or until you have enough basil for a jar of pesto. It happened to me to prepare it just for once course.

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Whash it gently and generously

2.jpgDry your basil until all the water is removed, add a clove of garlic and pine nuts and chop together. I use to take out the “soul” from the garlic clove, since it’s supposed to be “hard” to digest, or strong in taste: this depend on you, how you like it or how many vampires you have to meet after you’ve eaten 🙂 Did you know garlic is supposed to keep vampires away? Ahah.

3.jpgAs far as the quantity of pine nuts this as well depends on you, as for the garlic (today that was the quantity I had at home, but it was “enough”- just feel it or watch and ask basil if it’s ok, ahah).

Add some seasoned (hard, that you can also grate) sheep cheese and keep a bit aside. The original recipe wants parmesan, I prefer sheep cheese. Chop, chop, chop! Don’t forget good thoughts, positive energy and lotta love!

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When you see/feel you’ve been chopping enough, put the sauce in a jar and add some extra virgin olive oil, maybe a pinch of salt – I use Hymalaya rose salt – but with the cheese it might be salted enough, this again depends on your habit/taste. Mix once you have half jar, add sauce, e.v.o., mix and cover with evo.

If you don’l like chopping you can use a machine. When I prepare home made food I prefer preparing it without using machines, the result will be almost the same… almost, because you’ll never chopped enough as a machine does (besides, hand energy is natural, machine’s isn’t – it overheat ingredients, but it’s a micro detail!!!). This, once again, depends on you, on the consistency you like. I prefer to recognize ingredients and to chew them. But if you like a smooth sauce or if you dont’have teeth, use a machine!

5.jpgDon’t forget to cover with evo, otherwise the oxidation will occur immediately.

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Prepare you pasta to season with you lovely sauce, grate  the cheese you took aside on top of your pasta and…. enjoy!

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You can use any kind/shape of pasta. Today I had different kind of spaghetti and linguine. But I like also short pasta, such as penne or fusilli.

Put your sauce in the refrigerator and use it within few days.

N.B.: Instead of pine nuts you can use almonds. Another nice variation is rocket salad instead of basil and walnuts instead of pine nuts.

Enjoy your pesto also in sandwiches or where you prefer!

Where is “pesto” coming from?

https://www.oliviersandco.com/pesto-originated

https://philosokitchen.com/basil-pesto-history-recipe/

https://www.5terre.com/en/blog/blog_news-art-pesto_how_old_is_this_recipe-articolo-213.html

 

#2 -A moon in June nell’isola di Wyatt

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– Tutto bello?

– Sì, bello, cotta, cottissima… Ora in tappa sgranchimento verso casa… un finde che merita un racconto scritto…

Rispondevo alla domanda della mia amica Sabrina, durante una tappa (LA ltappa) di ritorno dal festival di cui vi sto per raccontare. Giusto il tempo di sgranchirsi un po’ gambe, schiena e decomprimersi dai quasi 200 km di autostrada filati. L’autostrada del Sole!

A volte i social network, la rete sociale virtuale, ha dei gran pregi, come lo è stato per la sottoscritta per venire a conoscenza di questo scrigno magico che sono state le due serate di sabato e domenica in un’isola dentro a un lago. Un fine settimana di fine giugno, in cui i tramonti durano e durano fino a salutare la luna… Luna di giugno, A Moon in June, è un evento (quest’anno alla seconda edizione) che si svolge a Isola Maggiore, dentro al lago Trasimeno, in provincia di Perugia, nel cuore dello stivale, o nel profondo polpaccio. Pienone. Alla prima serata, una banda, la Piccola Orchestra “Moon in June”, nata per l’occasione. Che dire, lascio alla musica e alla descrizione che troverete sui musicisti e su questo progetto all’interno del secondo video, un quarto d’ora della fine di questo formidabile concerto. Per i più pigri ad entrare in youtube e nella descrizione del video, un copia-incolla (riciclato da qualche altro articolo):

Omaggio a Sergio Piazzoli.
Suoni e Contaminazioni dall’Isola
MORBID DIALOGUES
di Alessandro Deledda e Piccola Orchestra Moon in June
Alessandro Deledda : pianoforte, fisarmonica e arrangiamenti
Peppe Stefanelli : percussioni
Alberto Argirò : Batteria e produzione artistica
Stefano Tofi: tastiere e sintetizzatori
Special Guest:
Ares Tavolazzi: contrabbasso
Gianluca Petrella: trombone e live elettronics
Francesco Bearzatti: sax e clarinetto

“Morbid Dialogues” raccoglie tracce di dialoghi musicali liberi e tematiche ispirate all’isola e ai suoi suoni naturali attraverso la poliedricità dei sette attori strumentisti , in cui la tessitura melodica mai scontata, esprime con delicatezza ma anche con forza e talvolta con ossessività morbosa la voglia dei musicisti di “dialogare” fra loro, di cercarsi per condividere le proprie idee da dedicare alle anime ed i colori circostanti.

La direzione artistica di questo progetto è di Alessandro Deledda che ha voluto condividere i sentimenti che lo hanno ispirato alla realizzazione del progetto con altri musicisti umbri quali Alberto Argirò (Direzione esecutiva), Peppe Stefanelli e Stefano Tofi, che troveranno in tre guests di caratura internazionale quali Gianluca Petrella, Francesco Bearzatti e Ares Tavolazzi un contributo determinante per la riuscita di questa opera tutta italiana ma con un forte respiro internazionale, ricca di tensione musicale in cui prevarrà l’entusiasmo e la padronanza strumentale dei sette attori protagonisti.

I musicisti dialogano fra loro a contatto col pubblico ed il paesaggio circostante, lasciando ampio spazio alla bellezza musicale, all’evoluzione melodica e alla ricerca sonora partendo dal suono, da un elemento ritmico, da una melodia, da un suono sintetizzato o aleatorio attraverso un forte interplay in una sempre più crescente tensione a partire dal tramonto.

Nel primo video invece (felicemente sorpresa di trovarlo su you tube) il primo quarto d’ora dell’inizio. Se non avete tempo di ascoltarli ora, fermatevi qui e riprendete la lettura quando sarete un  po’ più rilassati. Perché ora inizia il viaggio nel viaggio. Potrete tranquillamente anche pensare ad altro, ma se vi fate trasportare guardando ma soprattutto ascoltando questi musicisti e immaginandovi la magia di quest’isoletta popolata da un  pugno d’abitanti e gremita di gente in occasione delle due serate ai giardini del Caffè Letterario al tramonto, accolti da continui cinguettii… allora riuscirà meglio l’intento di chi sta scrivendo. Ah, la scrittura, che rapimento totale! Ti fa pensare ai dettagli nei tuoi pensieri e te li fa mettere in parole su un foglio bianco. E come scegliere LA parola, IL verbo appropriato? Operazione di chirurgia del linguaggio. Buona visione e buon ascolto (a metà del secondo video l’immagine si capovolge, ma pazienza).

La tastiera prog(ressive) non mi sconquifera, per usare un verbo simpatico preso in prestito da Sara, una cara amica veronese, con cui ci si sente occasionalmente per andar per concerti… chissà da cosa deriva questo bellissimo verbo che nel suo suono racchiude tutto il suo significato di “non mi va a genio”… Sì, il prog non mi sconquifera!

La seconda serata è dedicata a Robert Wyatt. L’isola di Wyatt. Da sempre associo Cristina Donà a Wyatt, forse perché il suo primo disco, Goccia, è dedicato a lui, lui che questo festival l’ha fortemente voluto. Ne è il Presidente onorario. Non è presente per motivi di salute, ma la sua presenza c’è comunque. E gli elementi, i musicisti di questa seconda serata sul palco del Caffè Letterario di Isola Maggiore non mancano di spessore.come non sono mancati la serata precedente. Si viaggia col vento in poppa, è il caso di dirlo. E sembra che sia destinato a divenire un evento europeo. Non so però se la location sia predisposta o in grado di predisporsi per raccogliere masse ingenti e per definizione non inclini al buon senso, come si è verificato attendendo il traghetto verso la terraferma al termine della seconda serata…

Consentitemi una digressione. Arrivare qui, dal cuore della pianura Padana, è stato tutt’altro che facile, l’avrete immaginato… L’autostrada del Sole rallentata per traffico, il sole battente all’apice del suo scaldare dalle 11 alle 17… un viaggio interminabile, non finiva proprio più, continui i rallentamenti, ma quando si parte si è galvanizzati dalla mèta, si sa, e si sopporta tutto. Allora meglio fare una tappa prima di tirare troppo la corda, soprattutto se si viaggia di sabato. Un sabato così di fine giugno, col riporto in termini di caldo (ma qui si viaggia in lusso con l’aria condizionata) e di macchine in circolazione.

Per avere un’idea della genesi di ‘Moon in June’, dei musicisti che han partecipato a questa seconda edizione, di Wyatt, consiglio questa breve parentesi. http://www.umbria24.it/moon-in-june-ha-registrato-il-tutto-esaurito-ambroglini-ora-dimensione-europea/406191.html

http://www.perugiatoday.it/eventi/moon-in-june-isola-maggiore-successo-edizione-2016.html

Vi risparmio la ricerca pre-partenza per trovare un posto carino ma non caro per dormire un paio di notti. “La casa sul Lago” è quello che ha fatto al caso mio, anche se a 10 km dal luogo dell’evento, più 2 di traghetto. Formula ostello in un posto con parcheggio interno, piscina, colazione a buffet, giardinetto con 2 amache, calcio balilla e ping pong… luogo accoglientissimo in tutto, insomma. E scoprire che il tuo posto letto è in una stanza da 6 (questo lo sapevo già, perché ho prenotato dormitorio femminile da 6: ma sì, per due notti si può tornare giovani!) ma che oltre a te non ha prenotato nessun’altra. Di quelle stanze che quando ti svegli sembra di essere il principe di Machiavelli, piccolo piccolo dinanzi ai balconi giganti della stanza da letto…

Qualche foto del posto, non della stanza, ma un’idea potete farvela.

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Arrivo alle 17 circa. Doccetta e via. Si ripiglia l’auto e si va a Tuoro sul Trasimeno per l’imbarco e per vedere la piccola orchestra moon in june. 10 km di superstrada comoda a un minuto da “casa”. Caldo, movimento, andrenalina. Stasera ho mangiato tardi, una pizza schifosa, presa da asporto e deglutita presso il molo aspettando il traghetto di ritorno dalla prima serata. Ma quando si nutre l’anima è difficile nutrire bene anche il corpo, soprattutto se il concerto è alle 20.00 e sono già le 19. Domani, ci penseremo domani. Intanto prima della passerella per l’imbarco a Tuoro sul Trasimeno, m’imbatto in questo giardino di totem in pietra. Sembra che qui ci sia stata la famosa battaglia di Annibale, nel 217 a.C. Siamo tutti figli di Annibale!

http://www.tipicamenteumbria.it/index.php?option=com_content&view=article&id=217&catid=62&Itemid=136&lang=it

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Prendo il biglietto (6 € A/R) e aspetto il traghetto. Chiamo via FaceTime la mia amica che vive a Williamsbourg a NYC, compagna di viaggi più virtuali che reali, ultimamente… di quelle amiche che il tempo e la distanza non scalfiscono, anzi. Quelle anime che se nella vita ne trovi una, sei la persona più fortunata sulla faccia della terra in tema di legami, veri legami. Non di quelli dettati dalle circostanze, né dall’interesse reciproco di nessun tipo, senza spazio e senza tempo… Di quelli con la maiuscola, insomma, eterni, se vogliamo.

Sì, giusto un saluto veloce, gli auguri di compleanno, sennò finisci i giga, mi dice…

Si salpa e si traghetta 10 minuti. Poca gente, bella, non credo andranno tutti al concerto…. Al ritorno, però, troppa gente ad aspettare Caronte, ma riesco a trovare un posto a sedere sulle grandinate del Concordia II (con la speranza che il nome non sia fatale!), saremo in 400 su un traghetto da 250. Ma è una bella imbarcazione, anni ’80. E la nave va…

Domenica: tutto il tempo per rilassarsi prima del prossimo “tour de force” e, dopo colazione, relax in amaca. Non so voi, ma io adoro l’amaca… Cip cip cip

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La seconda serata invece, tutt’altro che poca gente. I nomi in programma scottano. Appena scesa sull’isola mi inchino all’incontro delle due voci femminili italiane più interessanti in circolazione. Basti una foto delle due sul palco che si abbracciano durante il concerto…

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Concerto iniziato con Goccia, la canzone dell’omonimo album della Donà, dedicato, guarda caso a Robert Wyatt. Non sono riuscita a recuperare il video della serata di questa canzone… uno da youtube su tutti di Goccia e qualche video amatoriale della seconda serata, così che possiate immaginarvi la canzone del primo nel contesto dei successivi 😉

 

E un ultimo, breve, brevissimo video: l’atmosfera magica e la voce di Cristina all’avvicinarsi del buio quando i colori caldi lasciano il posto ai vari blu, prima di scomparire del tutto e veder le stelle. E, alla sua destra, l’altra voce del consorzio e del folk italiano e grande interprete di portata internazionale, Ginevra Di Marco, attualmente impegnata in un bellissimo progetto che la vede in tour come interprete di un’altra grande voce, l’argentina, LA più grande cantante folk argentina, Mercedes Sosa. Che donne: semplicemente divine e rock’n’roll.

E vale la pena di sentirsela tutta questa canzone…

 

 

E così, il ritorno, strastanca, all’ostello, anzi all’hotello… Bisogna dormire: domani sarà un viaggione. Ma è lunedì e non ci sarà il traffico del sabato… E mi ricordo che non ho cenato e la cena finisce peggio della sera precedente, con un pezzo di pizza margherita riscaldata (cosa vuoi trovare all’una di mattino a Tuoro sul Trasimeno? Un lusso! Non oso pensare alle materie prime usate. Ingoio e non muoio). Ma domani, domani, si pranza da cristiani!

Il risveglio è prima della sveglia, ed è un buon segno. Di un buon avvenuto riposo. Si scende per la colazione in tutto relax. Infilo in borsa i miei quattro stracci, le flip flop e via. Non ho visitato nulla in questi due intensi giorni, così faccio una capatina a Passignano  sulla via del ritorno (paesino con una piccola rocca e una bella passeggiata lungolago, poi niente di che, a parte un bel negozietto di prodotti tipici, gestito da Klaudio, albanese preparatissimo sui prodotti del territorio e bravo venditore):

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e a Castiglione sul lago, molto più interessante, con un piccolo centro storico arroccato, dove finalmente si pranza davvero, prendo un’insalata e un primo, uno spaghettino alle vongole (niente menù di lago o carne, stiamo leggeri che si deve guidare, il pesce di lago non mi garba comunque e la carne ormai la mangio solo viva, diciamo) di cui mi resterà a lungo il sapore, acqua e limone, tanto limone, che basifica. Vista piazza del centro storico, diciannove euro. Locandieri cordiali e simpatici al “Monna Lisa”, situato in un palazzo ex sede comunale. Centro storico disseminato di osterie in cui pranzare con un tagliere e un buon bicchiere di vino, anche se la mia scelta è stata differente. Fine settimana intenso e al risparmio.

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Due minuti di frescura nella chiesetta prima di pranzare…

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D’accordissimo con il commento di Sant’Agostino sulla solitudine, però, dài, mica potevo coprire le mie gioiose cosce del tutto e manco evitare di immortalare il ricco silenzio dopo un saluto a Cristo! Ho un languorino… è proprio il momento di soddisfar la biologia…

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Finalmente il meritato e sudato pranzo! Peccato che non sia riuscita a immortalare questo spaghettino alle vongole, di cui, dicevo, sentirò a lungo il sapore… Forse le foto scattate in chiesa han occupato tutti i giga del cellulare! 😉 Dovrò portare appresso la macchina fotografica la prossima volta…

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No, niente vino, troppo caldo, anche se un buon grechetto avrebbe saputo annaffiare la pietanza a morte sua.

Il panorama umbro-toscano lungo l’autostrada del sole è una coccola verde, un morbido e fresco (ci vuole con 35°C che picchiano sulla carcassa a 4 ruote in movimento) abbraccio di tanti verdi, la macchia mediterranea sembra un quadro impressionista, con pennellate intense ed eterogenee che si sormontano… Da sola meriterebbe una sosta con foto, ma mantengo la velocità di rotta e la concentrazione e aspetto la tappa sgranchimento, con in mente le immagini delle serate precedenti. Ascoltando Capossela, principalmemente, sia in andata che al ritorno, lui che di questo festival è stato protagonista della prima edizione, l’anno scorso. Suuuuud, fuga dell’animaaaa….Tornare a suuuud, di meee, come si torna sempre all’amor… vivere accesi dall’afa di luglio intorno al mio viaggiar… E ancora: Bacardi, Jamaica, Ruuum…. White Lady, Charrington, Four Roses, Tequila, Bourbon…. Tararà ra tararararara rararà ra ra…

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Un ultimo paio di foto, per chi fosse interessato: una riguarda i campeggi umbri e un’altra il percorso dei vini.

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Roland Barthes e il lettore scomposto – piccolo tributo italiano a cent’anni dalla nascita di un mostro del pensiero

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Il 12 novembre 1915, a Cherbourg (Bassa Normandia – FR), nasceva Roland Barthes, figura capitale per la critica e la letteratura della seconda metà del Novecento, tutt’ora stampato, letto, studiato e amato. Fra i suoi titoli Frammenti di un discorso amoroso, Miti d’oggi e L’impero dei segni (Einaudi).

Capace di comprendere, nelle sue esplorazioni, i testi della letteratura come gli oggetti del consumo quotidiano, la lingua dei classici come quella dei contemporanei, Roland Barthes ha condotto sulle cose uno sguardo onnivoro e mai quieto. Semiologo, critico, scrittore, musicista “amatore”, ma anche maestro paradossale, sui limiti di una generazione, o di molte.

Professore al Collège de France, dove occupò la cattedra di semiologia letteraria dal ’77 all’80 (anno della sua morte), alll’EHESS (Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales), direttore degli Studi all’HPHE (Ecole Pratique des Hautes Etudes) dal ’62 e quindici anni di insegnamento all’Università Paris-Diderot (Paris7).

articolo Corriere 1980

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In un’ntervista del 1973 il nostro Autore ci dà alcune chiavi di lettura… sulla lettura! Prima di passare alla traduzione italiana scritta, consiglio di soffermarsi brevemente sul video e notare il paraverbale (atteggiamenti,  voce, mimica) per carpire un po’ di questo genio ancora troppo poco conosciuto in Italia, ma che ha rivoluzionato un’estetica, un modo di pensare e di vedere le cose. Prima però due digressioni: una per capire l’eco mondiale di questo grande autore e un’altra che riguarda il ricordo di uno degli ultimi studenti laureatosi con Barthes.

In Europa, così come negli Stati Uniti, in Canada, in Brasile, in occasione del centenario della nascita si sono organizzate conferenze, mostre, colloqui e incontri di lettura in vari centri culturali e librerie, assieme ad una proliferazione molto interessante di pubblicazioni, per dare il giusto spazio a questo gigante del pensiero, super produttivo. Un anno, il 2015, che sta coronando una serie di manifestazioni per esaminare le diverse maniere con cui la sua opera ha potuto ispirare ricerche, lavori, creazioni. Appropriazioni che hanno portato ai percorsi più vari, non solo nell’ambito letterario, ma anche in filosofia, sociologia, architettura, nelle arti (non ultimi la fotografia e il cinema, la moda e lo sport) e nella musica; interessantissima la sua psico-sociologia dell’alimentazione contemporanea http://www.persee.fr/doc/ahess_0395-2649_1961_num_16_5_420772. I partecipanti a tali eventi arrivano da orizzonti culturali e geografici disparati per mostrare un Barthes “plurale”, “globale” se vogliamo, la cui opera ha avuto eco che attraversano le frontiere delle discipline e dei continenti. Tra le testimonianze intellettuali di coloro che hanno frequentato il suo insegnamento va citata la sua allieva Julia Kristeva, psicanalista lacaniana e direttrice del Centro Roland Barthes, docente di semiologia alla State University di New York e di Paris 7 – Paris Diderot. Anche Eric Marty, editore delle opere complete di Barthes, professore di letteratura francese contemporanea a Paris 7, il cui incontro con l’Autore è stato decisivo per il proprio orientamento intellettuale. Va citata anche la nuova biografia di Tiphaine Samoyault (edizioni Seuil), docente di letteratura contemporanea e comparata alla Sorbona: un lavoro da topo d’archivio durato anni. La lista di collaborazioni (Foucault, Lévi-Strauss, Derrida, Deleuze, ecc) e di nuove pubblicazioni sarebbe veramente lunga e altrettanto interessante sia per nomi che per produzione, ma non è il tema di questo tributo. Per i più curiosi c’è sempre la pagina Roland Barthes di wikipedia e gli approfondimenti in rete (alcuni qui sotto, in calce).

La testimonianza di uno studente mi pare emblematica da ricordare, anche se allontana un po’ dal tributo in oggetto. Emblematica perchè quando parliamo di una persona che non abbiamo conosciuto direttamente, tutto ciò che ha a che vedere con la sua presenza, con il corpo e la voce, sfugge. L’ultimo studente a laurearsi con Roland Barthes, l’americano Stewart Lindh, scrittore e professore, lo ricorda così, in un articolo apparso poi su “Libération” il 29 aprile 2015, tradotto da  http://next.liberation.fr/culture/2015/04/29/la-deadline-franchie-par-roland-barthes-un-25-fevrier_1277000

Quando cerco di convincere i miei studenti ad andare fino in fondo o di capire l’ironia della sorte, è sempre il ricordo ad emergere. Questo ha a che vedere con Roland Barthes, il grande critico letterario appresso al quale mi trasferii a studiare a Parigi nel 1974. Solo quindici studenti erano ammessi al suo seminario settimanale in uno stabilimento del 17° secolo in via de Tournon, che scende dai giardini del Lussemburgo. Ero l’unico americano in un gruppo composto soprattutto da francesi. C’era anche un’italiana, una del Québec e un giovane laureato che veniva da Messico. Tutti là per approfittare dell’insegnamento di un genio. E fu proprio il caso. La cosa più evidente nella presenza di Barthes era la sua voce. Il suo timbro dolce e profondo sembrava scuotere le parole che pronunciava, rendendole quasi palpabili. Incantava con le sue parole, sia che descrivesse la differenza tra le correzioni orizzontali e verticali della scrittura o che, con nostro gran stupore, spiegasse che da qualsiasi punto si guardi un giardino zen, una pietra sfugge sempre alla vista. Le sue parole facevano capolino in noi, ci aprivano spazi immaginari che sarebbero stati per sempre dedicati al suo pensiero.

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Poi Lindh si sofferma a descrivere minuziosamente di come non fosse in grado di scrivere una parola della sua tesi sul linguaggio e la morte, sul discorso della morte nei media americani, quella morte che aveva incontrato probabilmente nel periodo in cui fu un marine; quella che voleva capire era la morte nella vita, nei momenti cioè che non si vivono… Pensava di essere bloccato perché doveva scrivere in una lingua che non era la sua lingua madre, anche se parlava francese benissimo. Cinque anni passarono e del suo lavoro sul linguaggio e la morte aveva realizzato solo delle schede con appunti dai vari testi letti, ma della tesi neanche l’ombra. Fu così che andò da uno psicanalista il quale gli disse che Barthes era il padre che non aveva mai conosciuto e, il fatto di non scrivere la tesi, era il voler simbolicamente restar attaccato a lui, come un figlio. Teoria troppo facile a detta del dottorando che si sentiva deresponsabilizzato con una simile teoria. Fu così che, nel giugno del ’79, decise di tornare a San Francisco, senza salutare Barthes. In ottobre ricevette una lettera da Barthes stesso in cui spiegava che avrebbe lasciato l’Ecole des Hautes Etudes a dicembre e che se voleva terminare la tesi con lui bisognava avergliela fatta avere entro metà dicembre.

“A vous de jouer”, mi scriveva. Fu allora che decisi di confrontarmi con la mia tesi. Presi la scatola con le schede e gli appunti. Il sudore iniziò a scendere lungo la schiena, come qualche anno prima alla Biblioteca Nazionale di Parigi, quando mi promettevo, ogni giorno, di iniziare a scrivere. L’angoscia mi attanagliava, ma stavolta dovevo farcela, era la mia ultima occasione. Per otto settimane scrissi ininterrottamente giorno e notte. Dopo la prima pagina, è venuta la seconda e via di seguito, finchè, capitolo dopo capitolo, la mia tesi si scriveva da sola. Alle 4 del mattino del 13 dicembre ho messo un punto finale a “La rappresentazione della morte anonima nei giornali americani”. La mia tesi era pronta. Mi ero licenziato dal lavoro per scriverla. Non avevo, come dire, troppi soldi, non a sufficienza per prendere l’aereo per Parigi. Tanto meno un corriere espresso non avrebbe potuto consegnare il mio pacco entro la scadenza. In Francia era già il 14. Chiamai le compagnie aeree per sapere se c’era un volo per Parigi. Nessun volo programmato. Solo la TWA mi ha informato che in serata sarebbe partito un volo charter da Oakland. Ho attraversato il Bay Bridge in macchina con la tesi sulle ginocchia. All’aeroporto c’era una lunga fila al bancone delle registrazioni. Ho scrutato i visi e trovato una donna dai lineamenti aquilini che corrispondeva a ciò che cercavo: una persona dall’aria sognatrice, calda e ricettiva. Mi presentai, spiegandole che la mia tesi avrebbe dovuto essere a Parigi l’indomani ma che avevo solo 50 dollari. Dando un’occhiata sul nome e l’indirizzo del mio pacco, sorridendo mi disse: “Conosco Roland Barthes e sarò felice di consegnargli la sua tesi”. Ho aspettato che l’aereo decollasse e sono tornato in macchina. Era un grande momento: avevo portato a termine la mia tesi. Ora dovevo andare a Parigi per discuterla. Barthes mi scrisse in settimana, felicitandomi per aver concluso il lavoro, aggiungendo che la commissione si sarebbe riunita il 27 febbraio alle 14.00 alla Sorbona, rue des Ecoles. “Bravo Stewart. Félicitations”. Parigi era nel cuore dell’inverno al mio arrivo. Il 25 tentai di raggiungere Barhes nel suo appartamento, ma niente. Telefonai all’Ecole e parlai con il suo assistente: Barthes era in riunione ma ha lasciato un biglietto dicendo che apprezzava la mia tesi e che sarebbe stato contento di ricevermi due giorni dopo. Il segretario mi spiegò che la commissione si componeva di tre insegnanti e che ciascuno mi avrebbe posto delle domande sulla mia tesi, che avrei poi dovuto attendere fuori per sapere l’esito della decisione, che avrebbe potuto essere: molto bene, bene, passabile o rifiutato. Mi disse anche di telefonare il giorno dopo per assicurarmi che non ci fossero stati cambiamenti di programma, perché era frequente che le autorità universitarie cambiassero le aule d’esame all’ultimo momento. Alle 11 ero nella cabina telefonica al bar dell’Atrio, boulevard Saint-Germain. Stavo fissando una riproduzione dei Girasoli di Van Gogh, aspettando che il segretario trovasse un assistente di Barthes. L’assistente prese la comunicazione: “Stewart, ho una brutta notizia. Roland è stato investito da un camion, è in coma”. Non ricordo per quanto tempo rimasi nella cabina telefonica, ma non ero più lo stesso quando ne uscii.

Il mattino successivo ero felice di riprendere l’aereo per San Francisco e di lasciarmi Parigi alle spalle. Un mese dopo mi arrivò una telefonata. Era da Parigi:”Roland è morto”, mi annunciò il suo segretario. Ho riagganciato. Il mondo crollava. Tre mesi dopo ricevetti una lettera laconica nella quale l’assistente mi informava che avrei dovuto discutere la mia tesi nel febbraio successivo. Dovevo tornare. La mia tesi doveva avere una fine e non volevo che fosse la morte di Roland. Sì, dalla sua morte era diventato Roland. Mai finchè era vivo a Parigi, perché per i suoi amici non ero che una stella lontana che gravitava nella galassia del suo sole.

Quando arrivai all’università di Nanterre, in periferia, mi fecero entrare in una sala anfiteatro con centinaia di sedie vuote. Tre insegnanti, amici e colleghi di lunga data di Roland Barthes, aspettavano seduti dietro ad un lungo tavolo. In parte, una sedia vuota. Il primo ha iniziato a dire la sua sulla mia tesi, guardando questa sedia vuota. Un secondo ha posto qualche critica, poi si è fermato a osservare la sedia vuota, prima di interrogarmi. L’ultimo ha commentato il mio lavoro, portando lo sguardo alternativamente su di me e sulla presenza silenziosa tra noi. Alla sedia ho rivolto le risposte alle loro domande: come gli altri, sapevo quale assenza la riempiva. Ho aspettato fuori meno di cinque minuti prima di essere chiamato. “Dottor Lindh, disse il presidente della commissione, è stato promosso con la menzione molto bene”. Ecco, pensai, la mia piccola tesi sulla morte e i pronomi personali raggiunge le opere universitarie e, nella polvere degli anni a seguire, sarà qualche volta consultata da uno studente in tanatologia desideroso di redigere la propria tesi.

Tornato a San Francisco, ho tenuto Barthes con me: le sue opere su una mensola, la sua foto al muro, in cui lui indossa un impermeabile sotto la pioggia e abbassa la testa per accendersi una sigaretta e la sua lettera di congratulazioni. Reliquie dell’uomo più straordinario che avessi mai potuto conoscere. Recentemente ho avuto la sorpresa di ricevere, da un amico parigino, un articolo che iniziava così: “Quindici anni sono passati da quel giorno fatale in cui Roland Barthes, attraversando la rue des Ecoles, è stato investito dal furgone della biancheria”. Leggendo per intero l’articolo, appresi che quel giorno Barthes teneva sottobraccio una tesi sul linguaggio e la morte. Ecco perché consiglio ai miei studenti di non ascoltare chi dice loro che non è mai troppo tardi. E sempre troppo tardi. Ma si deve comunque provare. Fine.

Dall’intervista di André Bourin, Le fond et la forme, 1973 (durata: 12’57”):

Un’assenza, quella data dalla sua morte nel 1980, da una parte e una iper presenza dall’altra, attraverso la voce di chi l’ha conosciuto o incrociato e di chi se ne nutre oggi più che mai: amici di un tempo, studenti di ieri e di oggi, ricercatori, gli rendono omaggio nel corso di tutto questo 2015 che sta celebrando il centenario della nascita un po’ ovunque.

Il mio piccolo tributo a questo grande pensatore è quello di ricordarlo traducendo in italiano per iscritto uno dei numerosi video in rete (qui sopra, appena postato), in cui, direttamente dalla sua voce, apprendiamo aspetti fondamentali della sua estetica, in modo semplice e chiaro, da questioni essenziali de Il piacere del testo del 1973 (il piacere, il godimento, l’erotismo, la destra e la sinistra in letteratura, lo stereotipo e la novità e questioni sull’autore di un testo).

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Nel 1953 Roland Barthes si rivela al pubblico con il suo primo libro, Il grado zero della scrittura. Ciò che più tardi viene definita nuova critica, nasce con questo libro. Nel corso di due decenni l’opera barthesiana si arricchisce attraverso Miti d’oggi e saggi su Racine, Sade, Michelet e Balzac. Libri che non hanno nulla a che vedere con la critica tradizionale, da cui tutte le polemiche derivano. Ad oggi (1973) Barthes conferma la sua estetica attraverso la pubblicazione di un piccolo libro, di poche pagine ma che offre molto da riflettere, Il piacere del testo. Nell’intervista postata sopra, dello stesso anno della pubblicazione de Il Piacere del testo, Barthes spiega che il piacere della lettura potrebbe considerarsi ambiguo o, per lo meno, incerto per varie ragioni. Una prima evidenza è che il piacere della lettura dipende da colui che legge: uno si annoia leggendo un testo che qualcun altro ama e viceversa, per cui è molto difficile cercare di proporre una sorta di legge generale riguardante il piacere della lettura. E questa è una una prima incertezza. La seconda incertezza è che la nozione stessa di piacere, intesa su un piano psicologico, è male conosciuta. Senza voler fare della filosofia, della storia della filosofia (che sarebbe fuori luogo qui, dice), tutta la filosofia occidentale, nel suo insieme, ha più o meno censurato il concetto di piacere; i filosofi del piacere sono rarissimi nella nostra tradizione (si possono citare filosofi lontani o marginali come Epicuro, Sade, forse Diderot) e, di conseguenza, parlando di piacere dobbiamo scontrarci con una certa resistenza culturale. Il piacere è una nozione generalmente resa futile dall’opinione corrente. Una terza incertezza viene dal fatto che la scienza che più si è avvicinata al concetto di piacere, la psicanalisi, introduce delle sfumature, delle differenze tra diversi tipi di piacere. Una prima opposizione di cui Barthes dice di essersi servito, nonostante egli stesso sostenga non essere vera ma avere semplicemente un valore di guida, di conduzione, di conduttore teorico: si tratta dell’opposizione tra piacere e godimento. Non si tratta di stabilire una classifica tra testi di piacere e testi di godimento. Ciò che può essere inteso come piacere provato dal lettore per un testo è una specie di euforia, di conforto, di rafforzamento del proprio io; ed è questo tipo di piacere che è compatibile con la cultura: c’è un piacere della cultura. D’altro canto, il godimento è qualcosa di più radicale e assoluto: è qualcosa che scuote, divide il lettore, lo pluralizza, lo spersonalizza. Un’esperienza molto diversa e che, molto spesso, va contro la cultura nel senso che i testi di godimento, molto rari e variabili da chi/quando li legge, sono testi che hanno il valore di esperienza limite o marginale. Alla domanda posta di come giustifica un linguaggio impregnato di termini erotici parlando di critica letteraria e di letteratura, Barthes, accendendosi una sigaretta e iniziando la risposta con la stessa tra le labbra, risponde che se dovesse usare una parola proprio non userebbe il termine erotismo. Non per moralismo, ma al contrario, perché è un termine ormai estremamente sprecato e che non è chissà quanto originale parlare di erotismo. Ma, anche volendo postulare il termine erotismo, lo si deve intendere dal contesto analitico: l’erotismo è l’investimento amoroso in un oggetto, che può benissimo non essere una figura umana. Esistono numerosi sostituti erotici, spiega, in particolare un testo può diventare un feticcio.

“Lei sostiene che il piacere è a destra. E’ un paradosso, un ammiccamento al lettore o un’opinione profonda?”. No, ho preso ciò che credo essere l’opinione corrente sul piacere attribuito al piacere della letteratura, del testo, una specie di contesto reazionario. Credo che esista una destra e una sinistra nella cultura così come nella letteratura. Il senso del mio libro è quello di persuadere gli scrittori, gli intellettuali e i ricercatori di sinistra che devono assumere il concetto di piacere nella teoria del testo, perché, in generale, la letteratura di sinistra è spesso presentata sotto valori di lotta, di impegno. Ho voluto mostrare che non c’è contraddizione tra l’impegno sociale e l’impegno ideologico-politico di un testo, da una parte e dall’altra parte la sua energia, il suo potere di piacere che chiamo potere erotico.

“Qual è la sua idea dello scrittore in quanto autore di un testo?” Inspirando una boccata di nicotina: questa è una questione che la critica letteraria ha cercato di affrontare da una decina d’anni… diciamo che  c’è una certa idea dello scrittore che non è più possibile, lo scrittore non può più essere considerato come diceva Mallarmé, come un “signore” che gestisce la sua opera, che è il padre della stessa e a cui si possano attribuire tutti i benefici passionali del proprio libro… credo che ci sia stato un momento, necessario, di attaccarsi alla nozione di autore, ma ora che lo sterramento è avvenuto, è possibile integrare l’autore in una certa visione della letteratura, in un altro posto. Il cambiamento avvenuto non è circolare ma a spirale, per spiegarmi… credo che si possa benissimo interessarsi, leggendo un’opera, alle figure dell’autore che indoviniamo dietro il testo ma che non sono la sua persona. Questo è un po’ quello che ho voluto mostrare.

“Lei impiega la parola novità. Opere nuove che mette in contraddizione con altre…Credo che abbia un senso molto particolare…” Sì, questo ha a che vedere con una specie di intolleranza personale con qualsiasi forma di letteratura, pensiero o linguaggio – soprattutto – stereotipati. Non mi piacciono gli stereotipi e penso che la nostra storia stessa, ora come ora, ci chiami continuamente all’innovazione. Quindi per me il nuovo ha un valore catartico, di purificazione, a prescindere dal conflitto che il nuovo apporta; il nuovo è un percorso dialettico, necessario della storia attuale. Siamo una società mobile e quindi dobbiamo spingerci oltre, più lontano, avanti e altrove.

“Lei dice che il nuovo non è una moda” Sì, perché è la critica che si volge spesso alla novità, si pensa che non sia importante e si sostiene essere solo una moda. La moda può essere qualcosa di importante per la storia della società, penso che la ricerca dell’innovazione sia tuttavia molto difficile perché avviene molto facilmente una specie di stereotipo del nuovo. E per questo è difficile fare veramente del nuovo, ma credo che l’innovazione sia qualcosa di necessario alla dialettica stessa della società. Siamo in una società mobile, non in una società immobile, bisogna accettarlo, l’innovazione è ciò che ci fa camminare, che ci fa aderire al movimento.

“Parla di una specie di perversione della lettura, di una lettura tragica e di una lettura drammatica..” Sì, certo, mi riferisco ad un senso preciso della parola “perversione”, nel senso che essa ha nella psicanalisi freudiana, in cui la perversione è questa disposizione che, in qualche modo, divide il soggetto in due. Freud usa la parola scissione dicendo che il soggetto è scisso in due. Una parte entra in contraddizione con l’altra parte del soggetto. Ho applicato questa tensione alla tragedia perché il lettore, lo spettatore di un certo tipo di tragedie conosce molto bene come va a finire, come nella tragedia di Edipo, e tuttavia si comporta come se non conoscesse la fine. Vive una serie di emozioni, di piaceri, come se non conoscesse la fine. E’ questo senso di scissione, di divisione che definisce il mio senso di perversione.

“Alla fine del suo libro parla dello sforzo compiuto dall’artista per distruggere l’opera. E’ questa la fine del testo?” Sì, ho impiegato quest’espressione pensando alla pittura, virgolettando la parola perché pensavo più alla pittura che alla letteratura… credo che nelle opere cosiddette plastiche, come pittura e scultura, ci sia una specie di sforzo impressionante per arrivare a una distruzione della categoria stessa dell’arte, dell’estetica… riguardo alla letteratura è più complesso: non si può mai assimilare un testo a un’opera pittorica o visuale semplicemente perché il testo, a prescindere da come ci prenda, veicola un senso… il testo è costruito dal linguaggio, quindi la distruzione del linguaggio non può essere fatta dal testo… quindi per il testo i problemi estetici sono completamente diversi.

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La “Morte dell’autore” (1968, in Les bruissements de la langue) andrebbe approfondita: quell’autore che “muore” per lasciare spazio al proprio lettore, tema presente in tutta la produzione di Roland Barthes e divenuto una sorta di topos degli studi letterari degli ultimi decenni. Una riflessione simpatica: https://sites.dartmouth.edu/italiandigitalliterature/un-po-di-teoria/nuovi-autori/la-morte-dellautore/ . Anche su questo tema si trova molto in rete.

Suggerimenti per alcuni approfondimenti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Roland_Barthes

http://www.federiconovaro.eu/roland-barthes-10-ragioni-per-scrivere/

http://archiviostorico.corriere.it/2006/giugno/16/Barthes_ascesa_declino_dell_ultimo_co_9_060616029.shtml

In francese (con varie foto di Roland Barthes):

http://www.roland-barthes.org

L’articolo di Stewart Lindh che ho tradotto in italiano, tratto da “Liberation”:

http://next.liberation.fr/culture/2015/04/29/la-deadline-franchie-par-roland-barthes-un-25-fevrier_1277000

Sul lavoro di Lindh sulla morte nei media americani:

http://www.persee.fr/doc/assr_0335-5985_1981_num_51_2_2549_t1_0257_0000_2

Dalla serie “Radioscopie” di Jacques Chancel, intervista a Roland Barthes sulla scrittura:

Intervista di Alex Mathiot a Tiphaine Samoyault su Radio Shalom Besançon del 10 novembre:

https://www.mixcloud.com/RadioShalomBesancon/la-plume-entre-les-dents-dalex-mathiot-entretien-autour-de-roland-barthes-w-tiphaine-samoyault/

La nouvelle critique: https://fr.wikipedia.org/wiki/Nouvelle_critique_(littérature)

 

Non ora non qui

Articolo in fase di elaborazione…

Taccuini di viaggio #1: Capodanno tra Orvieto e Viterbo passando per Civita e Bomarzo.

Cosa fare a Capodanno in Italia se ti piace il jazz (e la musica live, in genere) e ami viaggiare? Niente di meglio che l’Orvieto Winter Jazz Festival, un condensato di monumenti viventi del jazz internazionale, un concentrato di emozione già dalla mattina. E l’esplorazione della Tuscia, tra Umbria e Lazio. Certo, trovare una stanzetta all’ultimo momento vicino all’arroccata cittadina di Orvieto non è cosa semplice, soprattutto se non hai dritte in loco. E’ il 30 mattina e devo partire, assolutamente. Che fare? Andare e non perdere più tempo in ricerche virtuali che molto probabilmente non portano a nulla. Una telefonata di un’amica verso le 12.30 di questa fantastica giornata (sembra più primavera che inverno) cambia le carte in tavola e si parte, non più in solitaria e con stanza prenotata a Orvieto Scalo presso l’hotel Etruria. L’alloggio, un tre stelle che potrebbero essere due. Macchissenefrega! L’importante è aver trovato da dormire per il 30 e il 31 vicino al centro storico. Grande Sara! Never book at hotel Etruria in Orvieto Scalo! Image Arrivo, deposito bagagli e si sale in macchina al centro. Prima tappa: Osteria Numero Uno, gestita dal simpaticissimo Angelo, un siciliano che vive ad Orvieto da 10 anni: cucina tipica  Orvietana che può andare bene anche per vegetariani. Personale super simpatico e il mangiare buonissimo ad un prezzo perfetto. Here you can go and eat! Image Image Alcune foto: carciofi spolverati di grana e con occhi d’uovo e i dolci (ricotta al rosmarino e mandorle e crostata al cioccolato con nocciole e arancia, prima che venissero spazzolati). Mancano, perché il pensiero di fotografarle è passato: la zuppa di ceci e castagne e la pasta al tartufo (col tartufo vero gratuggiato, non con la salsa!) Image IMG_3990IMG_3991 Beh, un buon inizio di fine anno. Se non altro per la gola, peccato capitale. La mossa successiva: acquisto dei biglietti per il concerto di mezzanotte. No, non siamo ancora a Capodanno… è il 30 e questa prima serata non poteva concludersi in modo migliore, dopo una breve passeggiata ad ammirare, in notturna, il duomo e il centro storico. C’è musica ovunque. L’incontro con Stefania, una “vecchia” amica, con il suo compagno e il loro meraviglioso bimbo è stata la ciliegina sulla torta di questa fantastica giornata. Foto: Duomo, Palazzo del Popolo, Sara all’entrata della Sala dei 400. IMG_4006IMG_3993IMG_3992 Relax di neuroni e neutrini, ma allo stesso tempo giustamente stimolati dalla voce holidayana-vaughaniana-fitzgeraldiana di Cécile McLorin Salvant (nativa di Miami da madre francese e padre haitiano) accompagnata da una ritmica di tutto rispetto: Aaron Dhiel al piano, Paul Sikivier al contrabbasso e Rodney Green alla batteria. Il pubblico di Umbria Jazz già la conosceva, quale ospite dell’orchestra di Wynton Marsalis durante l’Umbria jazz estivo. Vincitrice del “Thelonius Monk Vocal Competition”, Cécile esprime con la sua voce le molteplici influenze culturali che la contraddistinguono. IMG_3996IMG_3997IMG_3999 Siamo strasoddisfatte e torniamo nella nostra suite elegance. Si fa per dire…. Il sonno non è dei migliori stanotte sia in quantità che in qualità (un vicino di stanza che russa, il traffico continuo, il letto non proprio il massimo…), ma ci svegliamo accarezzate da un’altra giornata di sole meraviglioso. Si scende, si fa colazione (i prodotti son tutti bio, fatti a mano dal simpaticissimo e accogliente chef da noi soprannominato “Mister Magoo”: di questo credete solo al soprannome!) e si esce per la street parade dei Funk Off, per le vie del centro storico. Loro sono la prima funky marchin’ band italiana. La loro accezione unisce il groove della black music ad arrangiamenti di tipo jazzistico, a uno stile e a una melodia italiana, a movimenti e coreografie di grande impatto visivo ed emotivo. Energetici, grintosi, affiatati ed originali, scritti ed arrangiati da Dario Cecchini, fondatore e leader della band. In altre parole: belli e bravi! http://www.youtube.com/watch?v=3pG2Y9k-UOE&feature=youtu.be Ora dobbiamo acquistare il biglietto per il concerto delle 15.00, ma nel frattempo arriva un messaggino dalla mia amica Stefania (già incontrata la sera precedente), giornalista e compagna del trombettista Fabrizio Bosso che tra poco suonerà: “Hai due accrediti per il concerto di Fabrizio”. Grazie ragazzi: siete troooooppo carini! Sì, insomma, qui è tutto un crescendo, un on the road da scapello! Sara ed io decidiamo di approfittare del sole per girare la cittadina dove ci porta l’istinto. Bancarelle, panorama, il cappellaio matto, un “marchin’” panino e tappa al ristorante San Francesco dove sarebbe stata nostra intenzione trascorrere la serata, perché lì è il clou della notte di capodanno col cenone… posto non c’è ma intanto sta suonando Walter “Wolfman” Washington e un’altra ondata di emozione pura ci avvolge, con l’ascolto degli ultimi pezzi dell’esibizione diurna di quest’icona della scena musicale di New Orleans: bruciante chitarra e vocalità soul, stile ibrido R&B-Funk-Blues della Crescent City dagli anni ’70, anni in cui il nostro “uomo lupo” forma la sua prima band. http://www.youtube.com/watch?v=0rnSPRH0srM&feature=youtu.be IMG_4016IMG_4017IMG_4018IMG_4021IMG_4019IMG_4023IMG_4026IMG_4030IMG_4031IMG_4033IMG_4034IMG_4035IMG_4036IMG_4037IMG_4038IMG_4039IMG_4042IMG_4043IMG_4045IMG_4049IMG_4051IMG_4052IMG_4053 Ore 15.00: concerto alla sala Expo nel bellissimo Palazzo del Popolo: Fabrizio Bosso “spiritual” con Alberto Marsico (hammond B3) e Alessandro Minetto (batteria).  Questo “spiritual”, che nasce nel 2010 (due i lavori del gruppo: Spiritual e Purple), è uno dei progetti più affascinanti del trombettista torinese. Il trio è stato definito “un frastuono intriso di spiritualità”, ma è poco e, per chi non conoscesse ancora il talento e lo stile di questo giovane trombettista, sulla scena internazionale già da una decade con vari progetti, non saprebbe l’emozione solo all’idea di sentirlo suonare. L’incontro con l’organo hammond è una figata sensazionale e il batterista, sembra di sentire/vedere Jack De Johnette! Qui il breve video che son riuscita a “rubare” prima che la stronzetta (poveretta, magari lei stava solo eseguendo degli ordini, cioè lavorando!) signorina che girava per la sala con la maglietta del festival mi facesse segno col dito indice a mò di pendolo a destra e sinistra. E qualche bella foto a Fabrizio Bosso, sempre gentilmente rubata! Grazie Fabrizio che continui a regalarci momenti magici come se piovesse! http://www.youtube.com/watch?v=43J9reN4JvI&feature=youtu.be IMG_4061 IMG_4062 IMG_4064 IMG_4065 IMG_4071 IMG_4073 IMG_4070 IMG_4075 IMG_4076 IMG_4077 IMG_4078 IMG_4079 Già piene d’emozione al tramonto, urge siesta… nessun menu alla carta per la serata, tutti cenoni in giro e tutti al completo. Beh, non disperiamo: dormiamoci sopra un po’ e poi si vedrà… Sveglia, sveglia, sveglia!!!! Sta arrivando la fame… ci va bene anche una pizzeria quasi qualsiasi… e invece no: ci addentriamo nelle colline che abbracciano Orvieto e ci troviamo in un posto quasi da sogno, con caminetto acceso, menu di pesce e bozza di chardonnay siciliano. Decidiamo di prendere solo l’antipasto e il secondo: un’insalatina di polipo e salmone affumicato e spiedini di mazzancolle e zucca, e cozze e vongole. Già dalle prime sorsate di quest’eccezionale chardonnay, leggerin (sembra), ci par di essere in riva al mare… Chiedo il bis di vongole: una meraviglia in un sughetto pepato che sarebbe stato da farci lo spaghetto il giorno dopo. Caffè e conto, presto che dobbiamo scendere e risalire a Orvieto per la mezzanotte! Quanto abbiam speso? Solo €30! BUON ANNO NUOVO! IMG_4080 La serata pizzica ma è stellata e tra le colline forse ci becchiamo anche la stella cadente… Dài, dài, dobbiamo tornare ad Orvieto per la jam session di mezzanotte… Niente, si passa la mezzanotte in macchina con i Goat a caricarci. Arriviamo e a teatro Mancinelli ci sta il concerto delle 00.30: andiamo. Intanto in giro si suona un po’ ovunque (San Francesco, Sala Expo, Sala dei ‘400, Palazzo dei Sette, Museo Emilio Greco, Duomo e centro storico), le strade brulicano di gente divertente e cosmopolita, di ogni età. Dalle ore 01.00 questo inizio 2014 è segnato da un doppio concerto in una cornice che non saprei definire più bella e comoda, come il teatro Mancinelli. Posto in platea fronte palco. Primo concerto: Christian McBride & Inside Straight, con Steve Wilson, Warren Wolf, Peter Martin e Carl Allen. Buon equilibrio di elementi, assoli. Niente di “wow”, a parte lui. Siamo sullo standard. IMG_4081 IMG_4082 Special guest la giovane sassofonista Melissa Aldana, cilena residente a NY, fresca vincitrice del prestigioso “Thelonius Monk Saxophone Competition 2013”, fa il suo esordio a Umbria Jazz in trio, accompagnata da Carl Allen alla batteria e da David Wong al contrabbasso, oltre che come special guest in due concerti degli Inside Straight di David McBride, occasione in cui l’abbiamo vista. IMG_4089IMG_4091 Il secondo concerto è più frizzante con tre dei clarinettisti più importanti in circolazione:  Ken Peplowski, Evan Christopher e Anat Cohen con Howard Halden alla chitarra, Ehud Asherie al piano, Greg Cohen al basso e Lewis Nash alla batteria. Ken Peplowski è un maestro dello swing, il clarinetto musicalmente più maturo e mainstream del gruppo, che si amalgama perfettamente con quello di Evan Christopher, californiano di nascita, musicalmente intriso del sound di New Orleans, dove vive e lavora, e con l’eclettica Anat Cohen, formidabile presenza scenica. Un trio di tutto rispetto, accompagnati dagli altri musicisti, di non minor calibro. IMG_4105 IMG_4106 IMG_4107 IMG_4108 IMG_4109IMG_4114 IMG_4116 IMG_4117 IMG_4118 IMG_4119 IMG_4122 IMG_4123 IMG_4125 Nel programma di questo festival ci sarebbero state un altro paio di cosette da non perdere: Enrico Rava, col progetto “Standards” & “Tribes”, due quintetti di fuoriclasse: “Standards” con Dino Piana, Julian Oliver Mazzariello, Dario Deidda e Amedeo Ariano; “Tribe” con Gianluca Petrella, il John Zorn italiano, Giovanni Guidi, Gabriele Evangelista e Fabrizio Sferra. Anche l’esibizione di Paolo Fresu, altro grande nome di tromba italiana che ci fa sentire fieri di appartenere a questo Paese;  sarebbe stato l’Uri Caine Duo Quartet, ma non ce l’abbiamo fatta. E ancora Franco Cerri Trio “Merci beaucoup” con Alberto Guerrisi all’hammond e Fabio Colella alla batteria: un concerto alla Django Reinhardt rivisitato in chiave hammondiana. Lewis Nash-Steve Wilson Duo, sax e batteria tra i più ricercati della scena jazz contemporanea, per la reinterpretazione dei classici della storia del jazz, in cui improvvisazione e creatività son ai massimi livelli. Il Joe Locke-Warren Wolf Vibes Duo, due virtuosi del vibrafono. Il concerto gospel, magari in Duomo, il primo gennaio. Ma noi eravamo già alle terme di Viterbo. Ancora: Nick the Nightfly Quintet, Tuba Skinny con il loro dixiland jazz e old blues anni ’20 e ’30, The Viper Mad Trio, riproposizione dello swing, i Rimbamband (cinque musicisti “un po’ suonati” che usano il linguaggio della musica a supporto di un contenuto comico e ironico) e Allan Harris Quintet, quintessenza del crooner. Ancora Aaron Diehl (visto la prima sera con Cécile McLorin) con il suo Modern Jazz Quartet. Infine ci siam perse anche il soul&funk dell’eclettico e versatile chitarrista abruzzese Stefano Mincone. Beh, si sa, in un festival non si può vedere tutto. Sarà occasione di approfondimento o troveremo questi artisti che abbiam “perso” in altri festival, magari l’anno prossimo o prima in giro per il nostro bel Paese. E il 2014 inizia così: stanchissime ma felicissime. Riusciremo stanotte a riposare? Muniamoci di tappi stavolta… Certo che un alloggio così vintage e di scarsa qualità anziché €80, dovrebbe costare almeno €50 la doppia! Driiiiin, driiiiiiii, driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin! Giù dal letto dopo solo cinque ore, la solita colazione bio home-made (si fa sempre per dire, ovviamente). Certo, l’Etruria hotel non è un posto da consigliare, neanche a gente come noi che viaggia e pernotta in ostelli della gioventù. Però, trovare da dormire ad Orvieto il 30 dicembre non è cosa possibile. Sicchè per ste due notti accontentiamoci….  chi s’accontenta gode e finora il godimento è stato il massimo. Per chi vuole acquistare qualche prodotto tipico consiglio un giro in via Filippeschi, a due passi da Piazza della Repubblica, presso il punto vendita dell’azienda “La Parrina”. Ancora meglio se andate in azienda in località “Ciconia”, a pochi km dalla cittadina. Per un tour virtuale, si possono vedere le specialità di questa simpatica azienda: http://www.casaparrina.it/ Bye-bye Orvieto: IMG_4127 Partenza per Viterbo con tappa a Civita, la città che muore: passeggiatina e visita abbastanza veloce perché dobbiamo trovare la stanza a Viterbo, pranzare, andare alle terme… Civita (nella città che muore c’è la locanda Bonaventura, dove si può pernottare, un paio di posti in cui pranzare/cenare e un paio di negozietti simpatici in cui si può degustare l’olio d’oliva extravergine delle colline della Tuscia) – ingresso €1,50 (sì, solo un euro e mezzo!): IMG_4129 IMG_4130 IMG_4132 IMG_4133 IMG_4134 IMG_4136 IMG_4137 IMG_4138 IMG_4139 IMG_4140 IMG_4141 IMG_4142 IMG_4143 IMG_4144 IMG_4145 IMG_4146 IMG_4147 IMG_4148 IMG_4149 IMG_4150 IMG_4152 Arrivate a Viterbo, attraverso le bellissime colline della Tuscia, pranziamo in un posto slow (mooooooolto slow) e troviamo alloggio per la notte a due passi dalle terme, presso il B&B “Axia”: ci siamo trovate benissimo e se dovessimo tornare da quelle parti andremmo ancora lì. Una matrimoniale, con ingresso indipendente, costa €60, si dorme che è una meraviglia, il padrone di casa, Luigi, è molto ospitale. Siamo proprio a casa sua, adibita a B&B. La colazione è fantastica e vicino al caminetto. Beh, non si poteva che migliorare, viste le precedenti nottate. B&B “Axia”, indipendent entrance in each room, very quiet and comfortable. Near the thermae. Address: Strada Procoio 2/c – Viterbo (Italy) – Land line 0039 0761 251534 or mobile (ask for Luigi!): 0039 347 6962787. IMG_4186 Quindi decidiamo di purificarci alle vicine Terme dei Papi. L’ingresso costa €15 se si alloggia all'”Axia”, altrimenti costa €18, ma ne vale proprio tutta la pena: le acque sono fortemente sulfuree, purificanti. Farebbero benissimo a chi ha problemi di pelle. A noi han fatto più che bene portandoci un po’ di relax dal divertimento!!! Ci sono anche le terme libere: purtroppo era già buio, ma molto presto si va alle libere, sicuro. Beh, non vorrei sembrare ridondante, ma qui siamo state da papa! Alle terme incontriamo Luca, il fratello di Sara, di ritorno da una gita in camper a Napoli, con la sua belle figlia, Bianca e la moglie Michaela. Aperitivo in camper, due risate e cena a Viterbo, dove, per il primo anno, c’è il progetto Lum-in-aria. I palazzi e le piazze del centro storico sono illuminati, in un gioco di luci colorate che fa apprezzare la citadina in notturna, come si può vedere dalle foto. Viterbo by night: IMG_4158IMG_4159IMG_4160IMG_4161IMG_4162IMG_4164IMG_4165IMG_4166IMG_4171IMG_4172IMG_4173IMG_4174IMG_4175IMG_4179IMG_4180IMG_4182IMG_4183IMG_4184 Di ritorno i conviviali saluti e auguri, e… guarda: una stella cadente! Quale miglior auspicio? Stanotte si dorme da papa, tanto per stare in tema…. Peccato che il giorno successivo sia così nuvoloso da convincerci a ritornare a casa. Così, il “Parco dei Mostri” di Bomarzo l’abbiamo visitato bagnate dalla pioggia che stava scendendo e che rendeva la cosa ancora più mostruosa…. Qui dovremo ritornarci, con qualche grado in più, con un pranzo al sacco e goderci il parco una mezza giornata, perchè vale veramente la pena. Ingresso €10. Seguiremo certo il consiglio del principe Vicino Orsini che nel 1552 ideò e fece costruire questo parco, villa delle meraviglie, chiamato anche “Sacro Bosco” e dedicato alla moglie Giulia Farnese, morta giovane: “Voi che pel mondo gite errando, vaghi di veder meraviglie alte et stupende, venite qua, dove son facce horrende, elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi”. IMG_4198 IMG_4199 IMG_4200 IMG_4201 IMG_4202 IMG_4203 IMG_4204 Il lungo viaggio di ritorno è stato “duretto” a causa di traffico e maltempo, soprattutto tra Roncobilaccio e Rioveggio…. Siam uscite a Barberino per una tappa-cena-attesa che il traffico scemasse. La stanchezza è alle stelle, ma anche la contentezza. Stradivertite. Giro stupendo. Grazie Sara per avermi sopportata e supportata in questi giorni (ti dedico la foto sotto: guarda se ti vedi!). Grazie mamma, che m’hai fatto così curiosa e sana e forte. Grazie Italia per le tue meraviglie. IMG_4189IMG_4191 In questi quattro giorni sono riuscita a dimenticare le miserie umane, soprattutto quelle legate ad un Paese che, se fosse amministrato meglio, sarebbe veramente il Pese dei Balocchi. E chissà che il nostro presidente della Camera in questa XVII Legislatura, Laura Boldrini, anche lei all’Orvieto Winter Jazz, non se ne renda un po’ conto e che sto governo, invece di chiedere improbabili conguagli di fine anno, vuoi per l’ICI o vuoi per tasse che risultano non pagate dalle pensioni reversibili (per il secondo anno consecutivo c’è chi deve versare dei bei neuroni di cosiddetti arretrati… inconcepibili e inverificabili!) o altro che passa per la testa a sti quattro mangia-popolo scatenati e osceni… chissà, dicevo, che l’anno venturo ci arrivi l’invito da parte del governo per il cenone al ristorante San Francesco di Orvieto, con pernottamento all’hotel fronte palazzo del Popolo. Chissà!

Mick Scott and William Butler Yeats: a century far but yet so close. A journey through Irish culture talking about Yeats and Waterboy’s frontman Mick Scott.

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A tribute to Mick Scott on the day of his 54th birthday

What do a rock man from 21st century (Edinburgh – 14 december 1959), far from being a worldwide rock strar, and a pillar of both the Irish and British literary establishment, Nobel Prize for literature in 1923, have in common?

W.B. Yeats (Dublin, 13 June 1865 – Menton, 28 January 1939), Irish poet and dramatist (playwright), some think he was the greatest poet of the 20th century. He was certainly a driving force behind the Celtic Twilight (or Irish Literary Renaissance, a flowering of Irish literary talent in the late 19th and early 20th century), so important for preserving the Irish culture, its music, dances and language (Irish Indipendance is on Easter 1916). Yeats was also Irish Senator for two terms and founder, among others, of the Abbey Theatre, the Irish National Theatre. As a young poet, he collaborated on the first complete edition of William Blake’s works and in a late essays on Percy Bysshe Shelley, whom poetry he was deeply influenced. Yeats  said, talking about the re-reading of the Prometheus Unbound: “It seems to me to have even more certain place than I had thought among the sacred books of the world”.

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Born in Dublin and grew up between Dublin and London, a life-long fascinated by misticism, spiritualism, occultism, astrology, Irish mythology, folklore and the writing of William Blake. A very good friend of American expatriate poet and Bollingen Prize laureate Ezra Pound, Yeats also wrote the introduction for Gitanjali,  a collection of poems by the Indian poet Rabindranath Tagore.which was about to be published by the India Society. An Anglo-Irishman who took Edmund Spencer for its poetic model and who, according to his biographer R.F. Forster used “obscure Gaelic names, striking repetitions [and] an unremitting rhythm subtly varied as the poem proceeded through its three sections”. Only to give a snap:

We rode in sorrow, with strong hounds three,

Bran, Sgeolan, and Lomair,

On a morning misty and mild and fair.

The mist-drops hung on the fragrant trees,

And in the blossoms hung the bees.

We rode in sadness above Lough Lean,

For our best were dead on Gavra’s green.

The works of William Butler Yeats form a bridge between the romantic poetry of the nineteenth century and the hard clear language of modern poetry.

Mick Scott was born in Edinburgh on December 14th 1959, and in his Waterboys years he lived in Ireland, Dublin. He founded The Waterboys in 1983. The band, after a “short” break started in 1993, re-united in 1998, and since then they’re still playing around. Irish folk rock, thanks to this ensemble, is made worldwide widespread. They do sold out shows in England and Ireland. I had the chance to see them recently, during their Fisherman’s blues revisited tour (celebrting the 25th anniversary of their classic album Fisherman’s blues), in Padova, Italy. The magic is that the sum of the elements gives more than its simply adding: yes, of course Mick is the band’s soul, but what would it be without Steve Wickham’s fiddler and Anto  Thistlethwaite’s sax and mandolin?

After 25 years from their Fisherman’s blues, where you can hear the triptic of songs (The whole of the moon, This  is the sea and the titletrack Fisherman’s blues, not to mention The Pan within) that would have made the band another U2-like, but, tanks to Mick Scott good sense of reality, they didn’t become one of the greatest band in the world. Commercialy speaking, of course. Or, if you like, taking the point of view of a massive record label. Nothing to do with that stuff. Waterboy’s leader is a free man, totally. And its music, as well as his lyrics, are a confirmation of his personal, I dare say  intimate, point of view, indieed.

Last, but not least, we should remember Scott’s love for poetry. Isn’t he a poet himself? A couple of years ago he finally put a bunch of William Butler Yeats’ poems into music. We should remember that William itself wrote a poem to the Fisherman, and to many of Celtic characters, both heavenly and human. So the chanter of Irish folk rock during the last 30 years, has finally had the good vibes to “bring” Yeats into a recording studio. An Appointment with mr Yeats, September 19th 2011, Proper Records. OH, what a delightful, awesome, great pleasure it is, reading to some W.B. Yeats poems and listening to them sung by one of my favourite singer-composer! Good job Mick, the Scottish(man). What you do makes me feel proud of being a human. God bless you!

Pic-cover of “An appointment with mr. Yeats”:

An appointment with mr yeats

Here a video from BBC “Breakfast”: Mick Scott talking about Mr. Yeats:

Here a 2009 video from Irish TV3 – Mick Scott chatting about music, life on the road and WB Yeats:

Here, in a video from New York “Rock Book Show”, pretty Kimberly Austin interviews Mick Scott on his “Adventures of a Waterboys”, the songwriting process, NYC and William Butler Yeats:

Here a a few songs chosen from this album and the poems from Yeats:

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THE LAKE ISLE OF INNISFREE by Yeats:

I WILL arise and go now, and go to Innisfree,
And a small cabin build there, of clay and wattles made:
Nine bean-rows will I have there, a hive for the honeybee,
And live alone in the bee-loud glade.
And I shall have some peace there, for peace comes dropping slow,
Dropping from the veils of the morning to where the cricket sings;
There midnight’s all a glimmer, and noon a purple glow,
And evening full of the linnet’s wings.
I will arise and go now, for always night and day
I hear lake water lapping with low sounds by the shore;
While I stand on the roadway, or on the pavements grey,
I hear it in the deep heart’s core.

Mick Scott’s song:

SWEET DANCER by Yeats:

THE girl goes dancing there
On the leaf-sown, new-mown, smooth
Grass plot of the garden;
Escaped from bitter youth,
Escaped out of her crowd,
Or out of her black cloud.
Ah, dancer, ah, sweet dancer.!

If strange men come from the house
To lead her away, do not say
That she is happy being crazy;
Lead them gently astray;
Let her finish her dance,
Let her finish her dance.
Ah, dancer, ah, sweet dancer.!

 Mick Scott’s song:
POLITICS with both performance and lyric:
THE SONG OF WANDERING AENGUS by Yeats:
I WENT out to the hazel wood,
Because a fire was in my head,
And cut and peeled a hazel wand,
And hooked a berry to a thread;
And when white moths were on the wing,
And moth-like stars were flickering out,
I dropped the berry in a stream
And caught a little silver trout.
When I had laid it on the floor
I went to blow the fire aflame,
But something rustled on the floor,
And some one called me by my name:
It had become a glimmering girl
With apple blossom in her hair
Who called me by my name and ran
And faded through the brightening air.
Though I am old with wandering
Through hollow lands and hilly lands.
I will find out where she has gone,
And kiss her lips and take her hands;
And walk among long dappled grass,
And pluck till time and times are done
The silver apples of the moon,
The golden apples of the sun.
The performance:

ALBERT CAMUS E I SUOI PRIMI 100 ANNI – “Lo straniero”, la “rivolta” e l’Algeria: pensiero “solitario e solidale” e “ritorno ad Itaca”. Tributo al grande filosofo franco-algerino.

53+47= 100. Perde la vita nel 1960 a 47 anni, 53 anni fa. Fatale incidente stradale a Villeblevin in Borgogna, Francia centro-nord, assieme al suo amico e editore Michel Gallimard.

(foto: Camus e Gallimard)

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(foto Camus a Parigi, 1940)

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Oggi, giovedì 7 novembre 2013, la Grande Librairie di Aix-en-Provence celebra il centenario della nascita di uno dei maggiori pensatori del ventesimo secolo. Edizione speciale di France5 che si svolge all’interno della biblioteca Méjane, dove sono conservati gli archivi Camus. Per l’occasione ci sono: la figlia, Catherine Camus,  l’amico giornalista Jean Daniel, il drammaturgo francese Michel Virnaver ed altri scrittori quali Alexis Jenni, premio Goncourt 2011 per L’arte francese della guerra – in via di traduzione e pubblicazione presso Mondadori – il romanziere/saggista francese Philippe Forest, la saggista americana Alice Kaplan, lo scrittore sudafricano André Brink e il drammaturgo rumeno Virgil Tanase, biografo di Camus.

Link alla puntata speciale di France5 presso la Grande Librairie (il video, in francese, dura un’oretta. E’ stupenda questa reunion di grandi e La Grande Libraire, una figata, François Brsnel, il giornalista di F5, un altro grande!):

http://www.france5.fr/emissions/la-grande-librairie/diffusions/07-11-2013_148509

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Albert Camus riceve il premio Nobel nel 1957, a 43 anni. E’ appena uscita La caduta (La chute, 1956), ha già scritto Lo straniero (L’étranger, 1942) e La peste (La peste, 1947), i tre grandi romanzi che l’hanno già consacrato a mostro della letteratura internazionale. Altri due, Una morte felice (Une mort hereuse, 1971) e Il primo uomo (Le premier homme, 1959-1994) escono postumi e quest’ultimo, incompiuto. Il manoscritto dell’ ultimo romanzo (autobiografico) è trovato assieme al corpo ormai privo di vita, tra i rottami. E da qui la figlia ricostruisce e pubblica il romanzo.

E il nostro grande Gianni Amelio ne ha tratto un gioiellino di film, Il primo uomo, appunto, una collaborazione italo-francese-algerina (premio FIPRESCI al Toronto Film Festival, 2011), dove l’attore francese Jacques Gamblin è il magistrale interprete di Jacques Cormery, alter-ego di Camus (e il doppiaggio italiano è realizzato dai nostri migliori attori-doppiatori: Pierfrancesco Favino, Maya Sansa – che interpreta anche il ruolo della giovane madre nel film – Sergio Rubini, Ricky Tognazzi, Kim Rossi Stuart, Giancarlo Giannini, e altri). In Il primo uomo, Camus-Cornery ritorna nella sua Algeria, per ritrovare la madre e le tracce del padre, caduto nella prima guerra mondiale per “servire un paese che non era il suo”, come disse lo stesso Camus. Sembra un caso fortuito che Camus stesse scrivendo questo suo pezzo di vita, momento in cui si ricercano le proprie origini o tracce del proprio passato, periodo in cui si ritorna nella terra dove si è nati o cresciuti. Un romanzo personale, intimo, come lo è il film in cui non ci sono molti dialoghi ma il corpo in uno spazio “estraneo”, le immagini, i profumi o odori, le sensazioni e le impressioni, vere protagoniste.

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Brillante fin da piccolo negli studi, Albert Camus si laurea nel 1936 in filosofia presso la prestigiosa università di Algeri, con una tesi su Plotino e Sant’Agostino. Diventa giornalista e scrive su Alger-Républicain, ma, a seguito di un articolo contro il governo, viene licenziato. Si trasferisce in Francia nel ’40, dove diventa segretario di redazione dello stesso giornale, divenuto Soir-Républicain. Edward Said in Cultura e imperialismo, scrive: “Camus è una figura di particolare rilievo nella terribile e caotica situazione delle colonie francesi durante il faticoso processo di decolonizzazione del Novecento. Egli appartiene al periodo finale dell’imperialismo al quale è sopravvissuto, sino ai giorni nostri, come scrittore «universalista» le cui radici affondano in un colonialismo ormai dimenticato”. L’Algeria, tuttavia, non ha ancora corrisposto l’amore di Camus per la sua terra: non viene insegnato a scuola, non si trovano le sue opere nelle biblioteche o nelle librerie, pochissime le targhe commemorative. “La sua Algeria l’ha cancellato”, come sostiene lo scrittore algerino Hamid Grine. E, cosa peggiore, nessun evento commemorativo è stato programmato per questo centenario. Un tale rifiuto riflette, in parte, le ferite della guerra civile degli anni ’90 teatro di guerra tra i militanti islamici e il regime militare (centomila vittime, soprattutto civili). Ma è anche il prodotto di una complessa visione politica camusiana: nonostante la sua simpatia per gli Arabi e la sua contrarietà al colonialismo francese, Camus ha sempre sostenuto che l’Algeria dovesse rimanere parte della Francia. Il governo algerino, formato dai sopravissuti combattenti per l’indipendenza, ha intenzionalmente dimenticato il suo maggior scrittore: “Camus è considerato un colonialista ed è ciò che viene insegnato nelle scuole, ma nonostante abbia vissuto in Francia negli ultimi decenni era completamente algerino”, afferma la figlia dello scrittore, Catherine.

L’ amico e collaboratore Jean-Paul Sartre, poi acerrimo nemico, scriveva, nel 1945 su Vogue: “L’opera di Camus ci offre la promessa di una letteratura classica, senza illusioni, ma piena di fiducia nella grandezza dell’umanità; dura, ma senza inutile violenza, appassionata ma riservata… una letteratura che si sforza di descrivere la condizione metafisica dell’uomo pur partecipando pienamente ai movimenti della società”.

Comunista prima, più per la sua ideologia contraria al franchismo spagnolo, anarchico poi, anche dopo la guerra, Camus è impegnato civilmente, a sostegno delle sua ideologia fondante che è quella della difesa dell’uomo della propria dignità.

E’ attaverso la lettura di La Douleur di André de Richaud, durante gli anni all’università di Algeri, grazie al suo professore di filosofia e poi grande amico, Jean Grenier, che Camus scopre la sua vocazione di scrittore. Probabilmente il giovane Albert si riconosce in questa storia, dove la protagonista, Thérèse Delombre, perde il marito all’inizio della prima guerra mondiale e si ritrova da sola, in campagna, con un figlio di dieci anni che sarà coperto dalle cure materne avide, che faranno sì che il figlio dorma nello stesso letto. Giovane donna, abbandonata al suo dolore e al suo desiderio insaziabile di contatto umano…..

Di Camus si è parlato come di un artista ribelle, indifferente, esistenzialista: ben venga, ma si devono intendere i termini in maniera prettamente filosofica e all’interno di quella dualità ben interpretata dal signor Mersault in Lo straniero. Gli anni dell’esistenzialismo ateo puro e della collaborazione con Les temps modernes di Jean-Paul Sartre sono la prima parte. C’è una seconda parte, in cui si aggiungono altri valori, contrapposti ma complementari… Sempre ateo ma con un’apertura verso l’uomo.

Straniero nella sua Algeria, dove ritorna, dicevamo, per ritrovare la madre ormai vecchia, in un’Algeria, allora colonia francese, in pieno conflitto tra il Fronte Nazionale di Liberazione e l’esercito francese, in un’Algeria dove l’impossibilità di convivenza tra arabi e francesi si traduce in attentati e pratiche di tortura. E qui Camus diventa il solo ambasciatore della causa algerina di decolonizzazione (o indipendenza, che dir si voglia).

“Mia madre è morta oggi, o forse ieri, non so”. E’ la frase che apre Lo straniero, romanzo, il suo primo, pubblicato all’età di 29 anni, che da solo gli varrebbe l’ascesa all’empireo dei grandi filosofi del ‘900 (vende più di centomila copie nella Parigi occupata). Qui, l’alter-ego dello scrittore è il signor Mersault, totalmente distaccato, estraneo ai sentimenti che un essere umano potrebbe provare alla morte della propria madre. Poi, prosegue descrivendo tutt’altro che il proprio (inesistente) dolore, come sarebbe naturale/umano in tale situazione: il telegramma ricevuto dall’ospizio, il viaggio lungo ed estenuante per arrivarci, il colloquio col direttore, gli anziani, l’amore per Maria, privo di sentimenti: tutto in una cornice quasi comica. L’ambiente e la natura influiscono negativamente: fa talmente caldo (siamo ad Algeri) che non è capace di commuoversi. Nel corso di questo breve ma intenso romanzo il protagonista ha la sua catarsi, qualcosa cambia, c’è una seconda parte: da un’estraneità totale ad un avvicinamento alla morte (e qui è il caso di menzionare l’episodio dell’uccisione dell’arabo, da cui il pezzo Killing an Arab dei Cure), per arrivare ad una totale comunione e simbiosi con la natura e con gli esseri umani: “Mi sono sentito pronto a rivivere tutto…. Mi aprivo per la prima volta alla tenera indifferenza del mondo, la sentivo così uguale a me, così fraterna, sentivo che ero stato felice e che lo ero ancora. E per sentirmi meno solo non mi restava che desiderare che ci fosse molta gente il giorno della mia esecuzione, e che mi accogliessero tutti con grida di dolore”. Così si chiude questo romanzo seminale che resta una delle opere maggiori dello scrittore algerino: una scrittura basata sulla massima semplicità e il messaggio della solitudine esistenziale dell’essere perseguitato dall’assurdo. Nella prefazione all’edizione americana del romanzo lo stesso Camus riassume il significato che quest’opera assume:

“…J’ai résumé L’Étranger, il y a longtemps, par une phrase dont je reconnais qu’elle est très paradoxale : ‘Dans notre sociéte tout homme qui ne pleure pas à l’enterrement de sa mère risque d’être condamné à mort.’ 
Je voulais dire seulement que le héros du livre est condamné parce qu’il ne joue pas le jeu. En ce sens, il est étranger à la société ou il vit, il erre, en marge, dans les faubourgs de la vie privée, solitaire, sensuelle. Et c’est pourquoi des lecteurs ont été tenté de le considérer comme une épave. Meursault ne joue pas le jeu. La réponse est simple: il refuse de mentir. 
[…] 
…On ne se tromperait donc pas beaucoup en lisant dans L’Étranger l’histoire d’un homme qui, sans aucune attitude héroïque, accepte de mourir pour la vérité. 
Meursault pour moi n’est donc pas une épave, mais un homme pauvre et nu, amoureux du soleil qui ne laisse pas d’ombres. Loin qu’il soit privé de toute sensibilité, une passion profonde, parce que tenance l’anime, la passion de l’absolu et de la vérité. Il m’est arrivé de dire aussi, et toujours paradoxalement, que j’avais essayé de figurer dans mon personnage le seul christ que nous méritions. 
On comprendra, après mes explications, que je l’aie dit sans aucune intention de blasphème et seulement avec l’affection un peu ironique qu’un artiste a le droit d’éprouver a l’égard des personnages de sa création.”

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La trama: la storia, in breve, riguarda un uomo, Meursault, apparentemente ordinario, che senza nessuna ragione palese commette un omicidio. La sua reazione a questo evento è analizzata e studiata dall’autore.

L’omicida ha una reazione apparentemente insensibile, non perché egli non provi sentimenti, quanto piuttosto perché egli matura dentro di sé la coscienza che la sua vita non è niente di quello che lui aveva pensato che fosse.

Meursault è uno straniero a tutto e a tutti proprio perché si rifiuta di rispettare le regole del gioco che la società gli vorrebbe imporre.
A cominciare dal funerale della madre, evento di apertura del romanzo, egli si mostra “straniero”: non versa nemmeno una lacrima e continua a vivere la propria vita come nulla fosse.

Nel rapporto con l’amante Maria, si mostra privo di ogni sentimento e sensibilità.

La lucida indifferenza di Meursault spaventa fino all’orrore la società civile che decreterà la sua morte e la sua inadeguatezza al mondo. Sono la sua calma impenetrabile e la sua mancanza di rimorsi a disorientare.

Egli rimarrà comunque fedele fino in fondo al suo modo di essere e persino nella sua cella, ormai prossimo alla morte, negando la sua fede in Dio si rifiuterà di mentire, urlando la sua rabbia al mondo e respingendo il prete giunto a confessarlo. 

Meursault diventa un mito, quello “dell’uomo che non vuole giustificarsi” e si distingue proprio perché, mentre tutti si comprendono perché si vestono degli stessi valori, degli stessi pensieri, per paura di restare soli, egli non ha di queste paure e percorre con coraggio e coerenza la sua strada.

Qui il film prodotto da Luchino Visconti nel 1967. Marcello Mastroianni interpreta Arthur Mersault e la carinissima Anna Karina, Maria. Sottotitoli in portoghese.

Same movie with English subtitles:

“Cio’ che so con maggior certezza sulla moralità e sul dovere, lo devo al calcio”. Sì, perchè, se non fosse stato per la tubercolosi, Camus sarebbe diventato un portiere di calcio. Ma qui si aprirebbe un’altra pagina della vita dell’autore e, volendo, sulla letteratura e lo sport. Per i più curiosi rimando al link,  tratto da una traduzione del Frankfurter Allgemeine Zeitung, 1997, Il portiere di calcio più esistenzialista del pianeta:

http://www.sagarana.net/archiviolavagne/lavagne/69.htm

Una curiosità: per scrivere questo romanzo Camus s’ispira a La mort hereuse (La morte felice, 1971, ed. ita. 1974), romanzo uscito postumo che lo scrittore avrebbe abbandonato nel 1938 per scrivere Lo straniero.

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Altro argomento caro a Camus è il suicidio: in che modo (il suicidio) può essere la risposta all’assurdità del mondo? Nel suo saggio filosofico Il mito di Sisifo (Le mythe de Sisiphe, 1942) dice: “C’è un solo serio problema che valga la pena di discutere: il suicidio. Dire se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è molto importante perché porta ad una serie di risposte che sono fondamentali per la filosofia”. Sapeva altresì prendersi gioco dell’umano agire, soprattutto da giovane, quando scherzava dicendo: “L’unica cosa importante è decidere quale sia la forma più sublime di suicidio: il matrimonio, un lavoro di 40 ore settimanali o una pistola”. Ricordiamo che Sisifo, nella mitologia greca, è un mortale condannato da Zeus: per aver osato sfidare gli dèi Zeus decide che Sisifo avrebbe dovuto spingere un masso dalla base alla cima di un monte. Tuttavia, ogni volta che Sisifo raggiungeva la cima, il masso rotolava nuovamente alla base del monte. Ogni volta, e per l’eternità, Sisifo avrebbe dovuto ricominciare da capo la sua scalata senza mai riuscirci. Esiste anche il modo di dire: è una fatica di Sisifo, per dire che si fa uno sforzo immane per ritornare al punto di partenza. Dobbiamo immaginare Sisifo felice.

(Sisiphe)

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L’uomo in rivolta (L’Homme revolté, 1951) è un saggio in cui il nostro autore affronta i temi dell’omicidio e della rivolta violenta e analizza le motivazioni socio-psicologiche che portano a cotanta violenza o al terrorismo… Questo saggio è la causa del dissidio tra Sartre e Camus: i loro pensieri eran diventati ormai dissonanti, ma la “dissonanza non era semplicemente quella tra due uomini di sinistra che possono trovare un accordo: era una voragine, che in certo modo segna una delle spaccature storiche all’interno della sinistra europea”, come scrive Castronuovo nel suo “Episodio emblematico d’intolleranza intellettuale”

http://www.bibliomanie.it/emblema_intolleranza_intellettuale_sartre_camus_castronuovo.htm

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Qui il filmato da youtube, Camus vs Sartre, documentario BBC

Per capire un po’ più approfonditamente il significato di Camus nel xxi secolo, si consiglia la lettura di Elements of a life di Robert Zaretsky o, dello stesso autore A life worth living: Albert Camus and his quest of meaning e le stesse Cronache Algerine di Camus.

(foto in basso: copertina del saggio Cronache algerine, nell’edizione americana con un’introduzione di Alice Kaplan)

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Temi caldi e alquanto attuali, a più di mezzo secolo di distnza. E qui poniamoci una domanda semplice su cui poter riflettere e come pausa del nostro dissertare di Camus: se l’uomo sta ancora a far la guerra e a versar lacrime… allora significa che l’umanità intera è al suo stadio adolescenziale di sviluppo globale?

Se siete stanchi dopo queste tre paginette, prendetevi il vostro tempo… fate una pausa e riprendete appena vi è possibile. Riflettete intanto su questa domanda. O guardatevi il film di Amelio stasera o domani e ritornate su questa lettura in seguito. Anche il cervello, come lo stomaco, ha bisogno di metabolizzare.

Cappotto a collo alzato, sigaretta pendente di lato della bocca, occhi un po’ socchiusi che ti scrutano di sguincio, o sguardo basso: sono solo un paio dei suoi ritratti più conosciuti che lo accomunano all’icona ribelle del cinema americano e internazionale e che fanno di lui il James Dean della filosofia. Come Dean è morto giovane in un incidente stradale: questo non fa che aumentarne la seduzione. Camus è definito anche l’Humphrey Bogart della letteratura, non ultimo il suo fascino sulle donne.

Dopo più di mezzo secolo dalla morte si parla ancora di lui, dello “straniero”, non solo per l’accadimento del centenario dalla nascita, ma sempre, soprattutto in quanto una delle immense menti del XX secolo.

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Una delle ragioni per leggere Camus nella sua interezza è che le sue opere sono capolavori che esplorano la condizione umana con un grado di sfaccettature e ricchezza d’analisi che i sistemi filosofici tradizionali non sono in grado di raggiungere. E come Eschilo e Sofocle, i grandi poeti tragici, egli sceglie di parlare direttamente della/alla/nella condizione presente e facendo ciò, ammette di non avere tutte le risposte… La grandezza dell’uomo sta nel fatto, dice, che le decisioni dell’uomo sono (o dovrebbero essere, ndr) più forti della sua condizione. Probabilmente perché egli stesso estraneo/esiliato, sentiva così forte il bisogno di capire l’uomo e il suo mondo. A parte La caduta, i suoi romanzi sono ambientati in Algeria. La maggior parte della sua vita adulta la trascorre in Francia. Un pied-noir (termine che letteralmente significa “piede nero” e che sembra derivare dal colore nero dei piedi dei marinai del mediterraneo sporchi di carbone o dagli stivali neri dei soldati francesi, usato per definire quel milione di coloni europei che vivevano in Algeria durante il dominio francese), figlio di una prima generazione di immigrati francesi in Algeria: nato il 7 novembre del 1913 a Mondovi – oggi Dréan – cittadina non lontana dalla costa nord orientale algerina, a pochi chilometri dal confine tunisino, da padre – Lucien Auguste Camus – figlio di immigranti francesi della regione di Bordeaux, contadino presso un’azienda agricola e da madre – Catherine Hélène Sintès-Camus – lavandaia sorda e analfabeta, di origine spagnola. La madre era in grado di leggere il labiale ma molti pensavano che fosse muta o mentalmente ritardata; il suo vocabolario constava di sole 400 parole ed è curioso il fatto che Albert andasse spesso al cinema con la madre e con la nonna materna e leggeva loro i sotto-titoli ad alta voce. Il padre muore durante la battaglia della Marna della prima guerra mondiale e Albert cresce con la madre e un fratello maggiore, Etienne. Camus ammira la stoica sopportazione della madre, a cui è devoto. Ed è così che si forma in lui l’empatia per gli “ultimi”, i poveri e gli oppressi e il voler dar voce a chi non ce l’ha.

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Foto: Albert Camus, al centro vestito di nero, all’età di sette anni, nella bottega dello zio ad Algeri, 1920.

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La vita non doveva certo scorrere serena per Camus che ancora ragazzo, si trasferisce con la famiglia (padre, madre, nonna materna e fratello, Etienne) alla periferia di Belcourt in un quartiere popolare, dove risiedevano le famiglie della classe operaia, e in cui la non sempre facile convivenza tra arabi e “piedi neri” era una costante. Una cucina minuscola, tre stanze da letto piccolissime su un corridoio buio. La stanzetta, divisa col padre Lucien, era neanche 4×4, una finestrella grigliata. Il cucinino aveva una minuscola terrazza che dava su una strada affollata, dove alberi ombreggiavano immobili di 3 o 4 piani,  bianchi e deteriorati, con tetti arancioni e balconi davanti a cui pendevano i panni ad asciugare. E quell’edificio di due piani, con un negozio di abiti da sposa al piano terra, c’è ancora a Belcourt, in rue de Lyon 93. Non è cambiato quasi nulla dall’adolescenza di Camus: a Belcourt, passeggiando per il centro, si passa davanti a bar dove anziani arabi giocano a domino e sorseggiano tè alla menta e le vie sono un microcosmo della società mista algerina: si incontrano donne vestite all’occidentale con una baguette appena comprata presso qualche fornaio francese e la classica coppia salafita, uomo barba lunga e vestito lungo bianco e donna dal viso nascosto dal niqab nero.

Ed è proprio in quest’Algeria che Camus, qualche anno prima dell’icidente, ritorna col suo amico Michel Gallimard. Ma, a differenza di Ulisse che ritorna ad Itaca dopo varie peregrinazioni e scocca la freccia dal suo pesante arco che nessuno riesce a tendere, Camus, ritornato in patria da esiliato, si sente ancora “straniero” nella propria terra che ancora non lo riconosce.

Due, forse tre, generazioni sono passate attraverso il suo pensiero che ha una forte parabola dall’indifferenza e dal pessimismo alla partecipazione e condivisione, tema universale che forse Camus ha sentito più forte di chiunque altro, come testimoniano le sue opere, siano esse romanzi o saggi o commedie per il teatro.

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L’anno del Nobel è anche l’anno di pubblicazione delle sue Riflessioni sulla pena di morte (Réflexions sur la peine capitale, 1957).

Durante il suo discorso di Stoccolma esprime quello che per lui dovrebbe essere il ruolo dell’artista: “ L’arte non è, per me, un piacere solitario, ma un mezzo per emozionare la maggior parte degli uomini… L’artista è obbligato ad aprirsi al mondo, a condividerne le gioie e i dispiaceri, deve combattere coi suoi contemporanei e isolarsi solo nel momento della creazione. L’artista è preso in un via vai difficile da gestire, tra la bellezza dell’arte da cui lasciarsi completamente sedurre e la comunità dalla quale non può staccarsi”.

Quanto attuale è questo messaggio: l’artista, certo, non può rinchiudersi nella sua bolla, dev’essere responsabile, l’arte non vale a nulla quando va solo ad arricchire l’artista, intellettualmente o economicamente…. E’ l’eterno dilemma del dentro e fuori, dell’artista integrato al mondo o che vive in un mondo parallelo, tutto suo, dilemma che Camus riassumeva nel motto solitaire et solidaire. Ognuno di noi dovrebbe, a suo modo, essere artista, dentro e fuori al contempo, un lupo solitario e al tempo stesso un essere solidale.

Albert Camus – Discours de réception du prix Nobel:

Bibliografia (da wikipedia):

Opere dell’autore:

Romanzi:

Lo straniero (L’Étranger, 1942)

La peste (La Peste, 1947)

La caduta (La Chute, 1956)

La morte felice (La Mort heureuse, 1971, postumo)

Il primo uomo (Le Premier Homme, 1959, ma 1994, postumo e incompiuto)

Saggi:

Metafisica cristiana e neoplatonismo (1935), Diabasis 2004.

Il rovescio e il diritto (L’envers et l’endroit, 1937)

Nozze (Noces, 1938)

Il mito di Sisifo (Le Mythe de Sisyphe, 1942)

L’uomo in rivolta (L’Homme révolté, 1951)

L’estate (L’Été, 1954)

Riflessioni sulla pena di morte (Réflexions sur la peine capitale, 1957)

Taccuini 1935-1959, Bompiani 1963

La rivolta libertaria, Elèuthera 1998. (Albert Camus et les libertaires, raccolta del 2008)

Mi rivolto dunque siamo, scritti politici, Elèuthera 2008

Opere teatrali:

Caligola (Caligula, 1944)

Il malinteso (Le Malentendu, 1944).

Lo stato d’assedio (L’État de siège, 1948)

I giusti (Les Justes, 1950).

I demoni (Les Possédés, 1959), adattamento teatrale dell’omonimo romanzo di Dostoevskij.

La devozione alla croce, adattamento teatrale della pièce di Pedro Calderón de la Barca. Pubblicato in Francia da Gallimard, in Italia da Diabasis nel 2005.

Saggi sull’autore:

Pierre Aubery, Albert Camus et la classe ouvrière, New York, [s. n.], 1958

(PT) Vicente Barretto, Camus : Vida e Obra. [s.L.] : José Álvaro, 1970

Maïssa Bey, L’ombre d’un homme qui marche au soleil : Réflexions sur Albert Camus, préface de Catherine Camus, Éditions Chèvre-feuille étoilée, Collection Autres Espaces, 1er juillet 2006, 100 pages

(IT) Gianfranco Brevetto (dir), Albert Camus, Mediterraneo e Conoscenza, Ipermedium Libri, 2003.

Jean-Claude Brisville : Camus, la Bibliothèque idéale, NRF Gallimard, 1959

Danièle Boone, Camus, éditions Henri Veyrier, 1987

Jacques Chabot, Albert Camus, la pensée de midi, Éditions Édisud, Centre des écrivains du sud, 2002

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Arnaud Corbic, Camus et l’homme sans Dieu, Paris, Éditions du Cerf, « La nuit surveillée », 2007.

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Jean Daniel, Avec Camus : Comment résister à l’air du temps, éd. Gallimard, 2006

Manuel de Diéguez, De l’absurde : essai sur le nihilisme, précédé d’une lettre ouverte à Albert Camus, Paris, 1948

Luigi Fenizi, La condizione assurda. Albert Camus, il Male e io, Roma, Bardi Editore, 2005

Paul A. Fortier. Une lecture de Camus : la valeur des éléments descriptifs dans l’œuvre romanesque. Paris : Klincksieck, 1977

Jean-Yves Guérin, Camus, portrait de l’artiste en citoyen, édition François Bourin

Roger Grenier, Albert Camus, soleil et ombre (une biographie intellectuelle) Gallimard, 1987

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À Albert Camus, ses amis du livre, ouvrage collectif, préface de Roger Grenier, Gallimard, 1962

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L’œuvre et l’action d’Albert Camus dans la mouvance de la tradition libertaire, Teodosio Vertone, préface de Roger Dadoun

Albert Camus et les libertaires, écrits rassemblés et présentés par Lou Marin, Égrégores éditions, Marseille, 2008.

Lawrence Olivier et Jean-François Payette, Camus, nouveaux regards sur sa vie et son œuvre, Éditions Presses de l’Université du Québec, Collection Essais, 22 octobre 2007, 164 pages

Roger Quilliot, La mer et les prisons, essai sur Albert Camus, Éditions Gallimard, 1956

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Jacques Ferrandez, L’Hôte : D’après l’œuvre d’Albert Camus, éditions Gallimard-Jeunesse, Collection Fétiche, 13 novembre 2009, 62 pages

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Albert Camus et René Char, La Postérité du soleil, Éditions Gallimard, Collection Blanche, 20 novembre 2009, avec des photographies de Henriette Grindat, 79 pages

Jeanyves Guérin, Dictionnaire Albert Camus, Éditions Robert Laffont, Collection Bouquins, 19 novembre 2009, 992 pages

Catherine Camus, Albert Camus, Solitaire et Solidaire, Éditions Michel-Lafon, 2009

José Lenzini, Camus et l’Algérie, Éditions Édisud, Collection Les Écritures, 11 janvier 2010, 159 pages

Virgil Tanase, Camus, Éditions Gallimard, Collection Folio Biographies, 21 janvier 2010, 410 pages

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Jean-Luc Moreau, Camus l’intouchable,Polémiques et complicités, Éditions Écriture-Éd. Neige, 2010

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Articoli e conferenze:

Heiner Wittmann, Camus et Sartre : deux littéraires-philosophes, conférence présentée lors d’une Journée d’études à la Maison Henri Heine sur la littérature et la morale, 15 décembre 2005

Guy Dumur, Les silences d’Albert Camus, Médecine française, 1948

Francis Jeanson, Albert Camus ou l’âme révoltée, Les Temps modernes, 1952

Jean Négroni, Albert Camus et le théâtre de l’Équipe, Revue d’histoire du théâtre, 1960

Pierre Nguyen-Van-Huy, La métaphysique du bonheur chez Albert Camus, Neuchâtel, La Baconnière, 1962

Bernard Pingaud, La voix de Camus, La Quinzaine littéraire, 1971

Gianfranco Ravasi, Camus (La rivolta & la salvezza), Avvenire, 7 giugno 2013

Documenti e testimonianze:

« L’ordre libertaire, la vie philosophique d’Albert Camus », de Michel Onfray, Flammarion, 596 pages, 2012

Camus et Sartre, Amitié et combat, Aronson Ronald, éditions Alvik, 2005

Albert Camus et l’Espagne, Édisud, septembre 2005

Pierre Zima, L’indifférence romanesque : Sartre, Moravia, Camus, éditions L’Harmattan, mars 2005

Albert Camus et les écritures algériennes. Quelles traces ?,Édisud, 2004

Arnaud Corbic, Camus – L’absurde, la révolte, l’amour, Les Éditions de l’Atelier, 2003

Albert Camus et les écritures du XXe siècle, Collectif, Artois Presse Université, 2003 (Colloque de Cergy 2002

Audisio, Camus, Roblès, frères de Soleil, Collectif, Édisud, 2003

En commune présence : Albert Camus et René Char, Collectif, édition Folle Avoine, 2003

Écriture autobiographique et Carnets : Albert Camus, Jean Grenier, Louis Guilloux, Collectif, édition Folle Avoine, 2003

Denis Salas, Albert Camus, la juste révolte, éditions Michalon, 2002

Jacqueline Lévi-Valensi, Camus à Combat, Cahiers Albert Camus n°8, Gallimard, 2002

Emmanuel Roblès, Camus, frère de soleil, éditions Le Seuil, 1995

Histoire d’un livre : l’Etranger d’Albert Camus, Collectif, éditions Imec, 1991

Citazioni da varie opere dell’autore:

http://it.wikiquote.org/wiki/Albert_Camus

Italian Indie Music – Time for a new poetress? Intervista con…Laura Lalla Domeneghini

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ME – Laura Lalla Domeneghini

8,5/10 per questo primo progetto autoprodotto (8 tracce+bonus track) di Laura Domeneghini, nuova scommessa del cantautorato indipendente italiano, originaria della provincia di Brescia. E l’augurio che questo progetto, dal respiro così internazionale, riceva presto consensi molto al di là della sua Lombardia.

– Finalista della 4^ edizione del concorso “Musica da Bere”, sorta di premio Tenco lombardo* che si svolge con la collaborazione ed il sostegno dei Comuni di Rezzato, Villanuova sul Cisi, Vobarno, Città Montana di Vallesabbia e col patrocinio del Comune di Brescia, Laura Domeneghini, in arte Lalla, ha presentato il suo personalissimo fin dal titolo, “Me”, lavoro nato in solitaria tra voce e chitarra, ma che poi ha visto sviluppi con il coinvolgimento di altri musicisti….

L –  Sì, “ME” è un progetto concepito nel 2009 quando, dopo una lunga pausa, ho ricominciato a scrivere canzoni. Grazie ad ascolti di musica di vario genere, alla quale non mi ero mai avvicinata prima, alla scoperta di accordi diversi e intriganti che ho imparato a fare con la chitarra e alle emozioni provate durante i numerosi concerti dal vivo ai quali ho assistito, sono nate delle melodie nuove, assieme ai testi che, proprio per le atmosfere musicali nelle quali sono stati concepiti, si sono palesati direttamente in inglese.

Per un po’ di tempo ho tenuto questi brani nel cassetto, ma la voglia di portarli fuori e di farli ascoltare ha preso il sopravvento. Infatti, mi sono iscritta al concorso nazionale Just Like a Woman e alla sezione Lombardia di MArteLive. Sono stata selezionata per entrambi i concorsi ed ho presentato alcuni dei pezzi che poi sono divenuti parte di “ME”.

A questo punto mi sono guardata in giro per capire come avrei voluto che i miei brani suonassero in un disco. Desideravo degli arrangiamenti particolari, coinvolgenti, che corrispondessero all’ambiente che avevo in testa.

L’incontro con Valerio Gaffurini dell’XTR Studio ha reso possibile la realizzazione del progetto; dopo lunghe giornate in studio di registrazione per trovare gli arrangiamenti giusti, il lavoro con i musicisti chiamati a suonare le parti e tutte le fasi successive necessarie a completare il lavoro, finalmente, nell’ottobre del 2011, ho potuto toccare con mano i miei CD!

– E questo lavoro ha ottenuto delle buone recensioni da Buscadero, Undergroundzine, The Ship Magazine, Onda Rock, un trafiletto sul Corriere della Sera, e altre riviste della zona di Brescia. Cito: approccio da perfetta chanteuse del primo pezzo, tinte jazz alla Diana Krall per “Else” e “The wait”, ricami acustici dal vago aroma sudamericano di “The Storm”, i ritagli electro cuciti addosso a “My Game”, la suadente “Glitter And Gold” arricchita dagli archi, il piglio slow rock di “Two Great Ones” e “What Will Come”.

L’episodio conclusivo, “My Favourite Waltz”, è un ulteriore pezzo di bravura: registrato in perfetta solitudine, vede Laura cantare accompagnandosi esclusivamente con chitarra e glockenspiel.                                                                                                                                                                        La cura per i testi, riportati all’interno della copertina in digipack, mostra una capacità di scrittura che va ben al di là degli aspetti meramente strumentali: un songwriting delicato ma efficace dove sensazioni, ricordi, stati d’animo e sentimenti vengono descritti in maniera semplice, lasciando il giusto spazio alla fantasia dell’ascoltatore. E ancora: dalla Valcamonica arriva una delle più belle sorprese, LAURA “LALLA” DOMENEGHINI. La ragazza ha classe compositiva ed interpretativa e riesce a metterle in bella evidenza nelle sue composizioni tutte scritte in inglese. La sua voce è calda, in alcuni tratti può ricordare Nina Simone, ed è impegnata in canzoni che hanno talvolta le radici nella Francia dei nostri vecchi amici chansonniers.

E si va via così sempre sorpresi, quasi che ogni canzone fosse un angolo in cui Laura ci ha portato per mano per farci vedere un altro aspetto della sua anima artistica.

– Niente male come inizio! Hai scelto il titolo introspettivo per antonomasia….

L – Il titolo “ME”, vuole essere lo specchio dei contenuti: sono sensazioni, ricordi, stati d’animo e sentimenti, descritti in modo semplice e per immagini, che lasciano molto spazio alla fantasia e all’immaginario di chi ascolta. Il titolo mi ha convinto anche per un altro motivo: è leggibile sia in inglese sia in italiano.

– La prima traccia di “ME”, Tercets, inizia con fisarmonica e chitarra a scandire le note di un valzer che richiama alle memoria Edith Piaf, per ricordare un nome su tutti, e la tradizione della canzone francese… ricca di corde vocali consunte…. Poi arriva la tua voce, calda, dolce come una ninna nanna che va dritta al cuore… e il testo in inglese… L’effetto è spiazzante ad un primo impatto, ma poi l’ascoltatore è preso come per mano, accompagnato in questo sogno in cui hai sognato (“In a dream I saw my dream”), nella luce hai visto la tua luce (“In the light I saw my light), in un suono hai trovato il tuo (“In a sound I found my sound”). Totale empatia dentro-fuori…Sì, insomma un viaggio intimo e personale… Come sei arrivata a questo traguardo, o, se preferisci, a questa nuova partenza, dal “fuori” al “dentro”, dall’universale al particolare, a questo bel viaggio interiore in cui jazz, rock, elettronica, archi, voce arrivano in un modo tutto nuovo, fresco, personalissimo e affatto scontato….

L – Partendo dall’origine, intorno ai sette anni ho iniziato a studiare il pianoforte, esperienza che mi ha fornito le basi necessarie per accostarmi alla musica.

La scintilla della passione è però scoccata quando, adolescente, mi è stata regalata una chitarra, strumento al quale mi sono avvicinata seguendo il sentiero fatto di metodi, corsi e tentativi “casalinghi” di ricalcare i brani ascoltati alla radio o sullo stereo. Da allora, ho cominciato a cercare di suonare le canzoni dei miei miti di gioventù (Janis Joplin e le grandi voci della musica soul e jazz – Nina Simone, Ella Fitzgerald e Billie Holiday solo per citarne alcune). Con gli anni il mio ascolto si è fatto più ampio, a 360°, e la mia curiosità verso la musica sempre più spiccata. Partendo da qui, ho iniziato a comporre canzoni e a presentarle (voce e chitarra) alle varie manifestazioni di gruppi della mia zona. Queste prime uscite mi hanno dato la possibilità di entrare in contatto con altri musicisti; con alcuni di loro sono nate delle belle esperienze musicali (dal rock progressive dei Gulp! all’electro-indie dei Chemical Hunger). Negli ultimi anni, assieme ad un chitarrista, ho fatto parecchie date live proponendo cover e inserendo, poco alla volta, prima i miei vecchi pezzi e poi quelli nuovi.

– Come nascono i testi, le canzoni?

L – Sono ancora alla ricerca della vera me… Di solito, durante periodi particolarmente intensi a livello emozionale, nasce l’urgenza di scrivere una canzone, quasi come sfogo per il troppo accumulo. Prendo in mano la chitarra e la musica e le parole arrivano quasi contemporaneamente. E qualche volta mi capita che siano proprio le parole che ho scritto a rivelarmi il senso delle cose che sto vivendo o sentendo. Qualche volta invece prendo la chitarra, ma non succede niente. Allora lascio perdere…

Puoi anticiparci qualcosa del tuo nuovo disco?

L – Le canzoni ci sono tutte, tutte scritte con la chitarra e tutte ancora nude. Ho cominciato da poco a pensare al vestito che indosseranno. Se non ci saranno intoppi, sarà tutto pronto per fine 2013.

www.myspace.com/chemicalhunger

www.lauradomeneghini.it

Marta Gioachin