L’intuizione che arrivò dopo quasi sei anni dalla pubblicazione di questo “post” solo con il titolo e una scritta “articolo in fase di elaborazione”, fu quella di pensare che in un post con un tale titolo sarebbe stato geniale lasciare la pagina non scritta, bianca. Perché il “non ora e non qui” è come dire un altrove in altro luogo e momento (il cronotopo che tanto affascinò Apuleio!), quindi qui non è possibile trovare nulla… di scritto, eccetto la pagina bianca. Una pagina bianca che oggi, dopo più di un lustro, ho “deciso” di sporcare di nero. A dirla tutta il titolo primordiale di questo post era “Sono come tu mi pensi”: in mente c’era l’idea che l’adulto (genitore o insegnante/educatore) può avere nei riguardi dell’handicap. In seguito però, riflettendo che su un blog di viaggi non potevo scrivere di educazione o psicologia, ho “ripiegato”.

Quella pagina bianca che per Mallarmé era il nulla (le néant) da cui si sentiva schiacciato durante la scrittura di Hérodiade nel 1866. Un nulla che va inteso non come abisso, vuoto, ma come un pensiero, un’idea, una “verità” che trasforma tutto in “menzogna”.

unnamedManet, Ritratto di Mallarmé, 1876

Per simpatia del titolo vi invito ad ascoltare una canzone di un gruppo che mi ha accompagnata per diversi anni, finché esisteva. Si tratta di “Depressione Caspica”, una canzone che appartiene al quarto e ultimo album, pubblicato nel 1990, del gruppo punk italiano CCCP Fedeli alla linea. Un album dal titolo “Epica Etica Etnica Pathos” e un brano, “Depressione Caspica”, inserito nella parte “Etica” (è la terza traccia, dopo “Narko’$” e “Campestre”). Per un approfondimento su quest’ultimo disco: http://www.storiadellamusica.it/indie_rock/rock_italiano/cccp-epica_etica_etnica_pathos(virgin_records-1990).html#

image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a I CCCP, 1990

Inutile dire, almeno per me, quanta bellezza ci sia in questi maturi CCCP, pronti alla “morte”. Nel 1989 è “morto”, ricordiamolo, con la caduta del muro di Berlino, anche il Comunismo. Nel 1992, dalle ceneri dei CCCP Fedeli alla Linea si formeranno I CSI (Consorzio Suonatori Indipendenti). “No non ora non qui” ripetuto più volte come un mantra, parole che escono da una consapevolezza altra:

No non ora non qui in questa pingue immane frana
No non ora non qui in questa pingue immane frana
No non ora non qui no non ora non qui
No non ora non qui no non ora non qui
Se l’obbedienza è dignità fortezza
La libertà una forma di disciplina
Assomiglia all’ingenuità la saggezza
Ma non ora non qui no non ora non qui
Ma non ora non qui no non ora non qui
Io in attesa a piedi scalzi e ricoperto il capo
Canterò il vespro la sera
Io in attesa a piedi scalzi e ricoperto il capo
Canterò il vespro la sera
Ecco che muove sgretola dilaga
Ecco che muove sgretola dilaga
Uno si dichiara indipendente e se ne va
Uno si raccoglie nella propria intimità
L’ultimo proclama una totale estraneità
Tu con lo sguardo eretto all’avvenire
Fisso al sole nascente ed adirato all’imbrunire
Tu non cantavi mai la sera non cantavi mai
Tu non cantavi mai la sera non cantavi mai
Oh…
No non ora non qui in questa pingue immane frana
No non ora non qui no non ora non qui
No non ora non qui no non ora non qui
Se l’obbedienza è dignità fortezza
La libertà una forma di disciplina
Assomiglia all’ingenuità la saggezza
Ma non ora non qui no non ora non qui
Ma non ora non qui no non ora non qui
Tu non cantavi mai la sera non cantavi mai
Tu non cantavi mai la sera non cantavi mai
Un testo in cui ci sono l’antico e l’avvenire, il tramonto (del Comunismo e degli stessi CCCP?) e il sole che nasce, la libertà e la saggezza, l’umiltà e l’attesa rivolta ad un “tu” che possiamo solo immaginare in una immensa terra desolata come quella della depressione di quella zona dell’Asia centrale che si estende sulle coste del Mar Caspio. E immense, di una sublime poeticità oltre che poetica, sono anche le sensazioni tormentate che Giovanni Lindo Ferretti canta.
Canzone inserita, assieme ad altre perle, nella raccolta (C.S.I. 2001) “Noi non ci saremo” Vol. 1. Canzoni e poesie che, assieme a “La terra, la guerra, una questione privata” https://music.youtube.com/search?q=la+terra+la+guerra+una+questione+privata+csi+full+album dovrebbero essere inserite nelle antologie e nei programmi (o meglio nella cultura di qualsiasi docente di tali “discipline”) di storia delle scuole di qualsiasi ordine e grado (magari accennate in terza media e approfondite alle superiori).
Quel “nulla” che G.L.Ferretti trasforma in canto e che Mallarmé sente come un macigno (pensée écrasante), pensiero che mette l’uomo e tutte le “vane forme della materia” in questione, “vane” ma al tempo stesso “sublimi”, per “aver inventato Dio”: ecco perché, per Mallarmé il vuoto, il nulla, è una “verità”, un pensiero che trasforma tutto in menzogna.
Crisi che porta Mallarmé alla consapevolezza che il linguaggio è finzione e che il Nulla prenda forma proprio nel linguaggio e nella finzione. Ossessionato da questo pensiero per tutto l’anno 1866, come l’autore Mallarmé stesso afferma, è il pensiero che si pensa, arrivando ad una concezione pura. L’impotenza di fronte alla pagina bianca lo fa sentire sterile (crisi che accompagnerà il poeta per anni); egli stesso non trova ragione di corrompere l’effetto della sua verginità con il nero dell’inchiostro della sua penna. Tutta la poetica mallarmeiana è pervasa dal Nulla. In Igitur il Nulla prende la forma del caso contro cui il pensiero del poeta deve battersi per scrivere. Negli anni a seguire scriverà testi giornalistici soprattutto di critica d’arte, testi sulla musica, il teatro, la danza, testi in cui Mallarmé espone i principi estetici della propria opera sognata, Il Libro.
Cosa fornisce al poeta un’alternativa al linguaggio impotente, incapace di illuminare i misteri che ci circondano? Risposta: la musica. Ed è proprio esaminando un suo scritto, sul rapporto tra poesia e musica, “La Musique et les Lettres” del 1891, che possiamo addentrarci nella poetica complessa di Mallarmé. Per lui la Musica è il silenzio della poesia. Una poesia, Sainte scritta nel 1865 ……., dedicata a Santa Cecilia (il cui nome può dare l’anagramma di silenzio – Cécile/silence), un occasione per riflettere sul rapporto tra il silenzio e la musica nella poesia.
Attraverso tutta una serie di allitterazioni e ripetizioni, opposizioni, riflessi e forma (quattro quartine con versi di otto sillabe piegate su quattro sillabe) l’immagine della Santa si dissolve, infine,  nell’aria, come la musica, che conferisce alla poesia il carattere astratto esente dal reale per cedere il posto alle idee, alle forme.  La Musica è la forma stessa dell’idea secondo Mallarmé, è volatile, pura, evanescente. La poesia “pura” deve restituire alla carta, attraverso le sue tracce nere, il suo biancore iniziale, il suo silenzio.
Il verso, come insieme ritmico e musicale mette in evidenza il rapporto tra musica e poesia. La Musica è il senso stesso del mistero, ne è portavoce: evocando (e non descrivendo) le cose ne svela lo spirito, dispersione volatile. Scrivere, per Mallarmé, non è descrivere, ma suggerire, evocare, allo scopo di liberare le cose dal loro contorno di illusione, è trasporre nella carta la “dispersione volatile” dell’essere, la “musicalità del tutto”.
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http://grupoinveshum733.ugr.es/pages/logosphere/numeros/logos5/logosphre-n5/larissa-drigo-agostinho/!   pp 6-7 La riflessione e l’accostamento di un brano come “Depressione Caspica” alla poetica di Mallarmé. Ecco scovato cosa “avvicina” o lega questi due autori così lontani nel tempo e nello spazio (probabilmente accomunati da un karma “altro”), la Musica.

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