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Il 12 novembre 1915, a Cherbourg (Bassa Normandia – FR), nasceva Roland Barthes, figura capitale per la critica e la letteratura della seconda metà del Novecento, tutt’ora stampato, letto, studiato e amato. Fra i suoi titoli Frammenti di un discorso amoroso, Miti d’oggi e L’impero dei segni (Einaudi).

Capace di comprendere, nelle sue esplorazioni, i testi della letteratura come gli oggetti del consumo quotidiano, la lingua dei classici come quella dei contemporanei, Roland Barthes ha condotto sulle cose uno sguardo onnivoro e mai quieto. Semiologo, critico, scrittore, musicista “amatore”, ma anche maestro paradossale, sui limiti di una generazione, o di molte.

Professore al Collège de France, dove occupò la cattedra di semiologia letteraria dal ’77 all’80 (anno della sua morte), alll’EHESS (Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales), direttore degli Studi all’HPHE (Ecole Pratique des Hautes Etudes) dal ’62 e quindici anni di insegnamento all’Università Paris-Diderot (Paris7).

articolo Corriere 1980

da:  http://farm9.staticflickr.com/8112/8551573402_08e86a3dec_z.jpg

In un’ntervista del 1973 il nostro Autore ci dà alcune chiavi di lettura… sulla lettura! Prima di passare alla traduzione italiana scritta, consiglio di soffermarsi brevemente sul video e notare il paraverbale (atteggiamenti,  voce, mimica) per carpire un po’ di questo genio ancora troppo poco conosciuto in Italia, ma che ha rivoluzionato un’estetica, un modo di pensare e di vedere le cose. Prima però due digressioni: una per capire l’eco mondiale di questo grande autore e un’altra che riguarda il ricordo di uno degli ultimi studenti laureatosi con Barthes.

In Europa, così come negli Stati Uniti, in Canada, in Brasile, in occasione del centenario della nascita si sono organizzate conferenze, mostre, colloqui e incontri di lettura in vari centri culturali e librerie, assieme ad una proliferazione molto interessante di pubblicazioni, per dare il giusto spazio a questo gigante del pensiero, super produttivo. Un anno, il 2015, che sta coronando una serie di manifestazioni per esaminare le diverse maniere con cui la sua opera ha potuto ispirare ricerche, lavori, creazioni. Appropriazioni che hanno portato ai percorsi più vari, non solo nell’ambito letterario, ma anche in filosofia, sociologia, architettura, nelle arti (non ultimi la fotografia e il cinema, la moda e lo sport) e nella musica; interessantissima la sua psico-sociologia dell’alimentazione contemporanea http://www.persee.fr/doc/ahess_0395-2649_1961_num_16_5_420772. I partecipanti a tali eventi arrivano da orizzonti culturali e geografici disparati per mostrare un Barthes “plurale”, “globale” se vogliamo, la cui opera ha avuto eco che attraversano le frontiere delle discipline e dei continenti. Tra le testimonianze intellettuali di coloro che hanno frequentato il suo insegnamento va citata la sua allieva Julia Kristeva, psicanalista lacaniana e direttrice del Centro Roland Barthes, docente di semiologia alla State University di New York e di Paris 7 – Paris Diderot. Anche Eric Marty, editore delle opere complete di Barthes, professore di letteratura francese contemporanea a Paris 7, il cui incontro con l’Autore è stato decisivo per il proprio orientamento intellettuale. Va citata anche la nuova biografia di Tiphaine Samoyault (edizioni Seuil), docente di letteratura contemporanea e comparata alla Sorbona: un lavoro da topo d’archivio durato anni. La lista di collaborazioni (Foucault, Lévi-Strauss, Derrida, Deleuze, ecc) e di nuove pubblicazioni sarebbe veramente lunga e altrettanto interessante sia per nomi che per produzione, ma non è il tema di questo tributo. Per i più curiosi c’è sempre la pagina Roland Barthes di wikipedia e gli approfondimenti in rete (alcuni qui sotto, in calce).

La testimonianza di uno studente mi pare emblematica da ricordare, anche se allontana un po’ dal tributo in oggetto. Emblematica perchè quando parliamo di una persona che non abbiamo conosciuto direttamente, tutto ciò che ha a che vedere con la sua presenza, con il corpo e la voce, sfugge. L’ultimo studente a laurearsi con Roland Barthes, l’americano Stewart Lindh, scrittore e professore, lo ricorda così, in un articolo apparso poi su “Libération” il 29 aprile 2015, tradotto da  http://next.liberation.fr/culture/2015/04/29/la-deadline-franchie-par-roland-barthes-un-25-fevrier_1277000

Quando cerco di convincere i miei studenti ad andare fino in fondo o di capire l’ironia della sorte, è sempre il ricordo ad emergere. Questo ha a che vedere con Roland Barthes, il grande critico letterario appresso al quale mi trasferii a studiare a Parigi nel 1974. Solo quindici studenti erano ammessi al suo seminario settimanale in uno stabilimento del 17° secolo in via de Tournon, che scende dai giardini del Lussemburgo. Ero l’unico americano in un gruppo composto soprattutto da francesi. C’era anche un’italiana, una del Québec e un giovane laureato che veniva da Messico. Tutti là per approfittare dell’insegnamento di un genio. E fu proprio il caso. La cosa più evidente nella presenza di Barthes era la sua voce. Il suo timbro dolce e profondo sembrava scuotere le parole che pronunciava, rendendole quasi palpabili. Incantava con le sue parole, sia che descrivesse la differenza tra le correzioni orizzontali e verticali della scrittura o che, con nostro gran stupore, spiegasse che da qualsiasi punto si guardi un giardino zen, una pietra sfugge sempre alla vista. Le sue parole facevano capolino in noi, ci aprivano spazi immaginari che sarebbero stati per sempre dedicati al suo pensiero.

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Poi Lindh si sofferma a descrivere minuziosamente di come non fosse in grado di scrivere una parola della sua tesi sul linguaggio e la morte, sul discorso della morte nei media americani, quella morte che aveva incontrato probabilmente nel periodo in cui fu un marine; quella che voleva capire era la morte nella vita, nei momenti cioè che non si vivono… Pensava di essere bloccato perché doveva scrivere in una lingua che non era la sua lingua madre, anche se parlava francese benissimo. Cinque anni passarono e del suo lavoro sul linguaggio e la morte aveva realizzato solo delle schede con appunti dai vari testi letti, ma della tesi neanche l’ombra. Fu così che andò da uno psicanalista il quale gli disse che Barthes era il padre che non aveva mai conosciuto e, il fatto di non scrivere la tesi, era il voler simbolicamente restar attaccato a lui, come un figlio. Teoria troppo facile a detta del dottorando che si sentiva deresponsabilizzato con una simile teoria. Fu così che, nel giugno del ’79, decise di tornare a San Francisco, senza salutare Barthes. In ottobre ricevette una lettera da Barthes stesso in cui spiegava che avrebbe lasciato l’Ecole des Hautes Etudes a dicembre e che se voleva terminare la tesi con lui bisognava avergliela fatta avere entro metà dicembre.

“A vous de jouer”, mi scriveva. Fu allora che decisi di confrontarmi con la mia tesi. Presi la scatola con le schede e gli appunti. Il sudore iniziò a scendere lungo la schiena, come qualche anno prima alla Biblioteca Nazionale di Parigi, quando mi promettevo, ogni giorno, di iniziare a scrivere. L’angoscia mi attanagliava, ma stavolta dovevo farcela, era la mia ultima occasione. Per otto settimane scrissi ininterrottamente giorno e notte. Dopo la prima pagina, è venuta la seconda e via di seguito, finchè, capitolo dopo capitolo, la mia tesi si scriveva da sola. Alle 4 del mattino del 13 dicembre ho messo un punto finale a “La rappresentazione della morte anonima nei giornali americani”. La mia tesi era pronta. Mi ero licenziato dal lavoro per scriverla. Non avevo, come dire, troppi soldi, non a sufficienza per prendere l’aereo per Parigi. Tanto meno un corriere espresso non avrebbe potuto consegnare il mio pacco entro la scadenza. In Francia era già il 14. Chiamai le compagnie aeree per sapere se c’era un volo per Parigi. Nessun volo programmato. Solo la TWA mi ha informato che in serata sarebbe partito un volo charter da Oakland. Ho attraversato il Bay Bridge in macchina con la tesi sulle ginocchia. All’aeroporto c’era una lunga fila al bancone delle registrazioni. Ho scrutato i visi e trovato una donna dai lineamenti aquilini che corrispondeva a ciò che cercavo: una persona dall’aria sognatrice, calda e ricettiva. Mi presentai, spiegandole che la mia tesi avrebbe dovuto essere a Parigi l’indomani ma che avevo solo 50 dollari. Dando un’occhiata sul nome e l’indirizzo del mio pacco, sorridendo mi disse: “Conosco Roland Barthes e sarò felice di consegnargli la sua tesi”. Ho aspettato che l’aereo decollasse e sono tornato in macchina. Era un grande momento: avevo portato a termine la mia tesi. Ora dovevo andare a Parigi per discuterla. Barthes mi scrisse in settimana, felicitandomi per aver concluso il lavoro, aggiungendo che la commissione si sarebbe riunita il 27 febbraio alle 14.00 alla Sorbona, rue des Ecoles. “Bravo Stewart. Félicitations”. Parigi era nel cuore dell’inverno al mio arrivo. Il 25 tentai di raggiungere Barhes nel suo appartamento, ma niente. Telefonai all’Ecole e parlai con il suo assistente: Barthes era in riunione ma ha lasciato un biglietto dicendo che apprezzava la mia tesi e che sarebbe stato contento di ricevermi due giorni dopo. Il segretario mi spiegò che la commissione si componeva di tre insegnanti e che ciascuno mi avrebbe posto delle domande sulla mia tesi, che avrei poi dovuto attendere fuori per sapere l’esito della decisione, che avrebbe potuto essere: molto bene, bene, passabile o rifiutato. Mi disse anche di telefonare il giorno dopo per assicurarmi che non ci fossero stati cambiamenti di programma, perché era frequente che le autorità universitarie cambiassero le aule d’esame all’ultimo momento. Alle 11 ero nella cabina telefonica al bar dell’Atrio, boulevard Saint-Germain. Stavo fissando una riproduzione dei Girasoli di Van Gogh, aspettando che il segretario trovasse un assistente di Barthes. L’assistente prese la comunicazione: “Stewart, ho una brutta notizia. Roland è stato investito da un camion, è in coma”. Non ricordo per quanto tempo rimasi nella cabina telefonica, ma non ero più lo stesso quando ne uscii.

Il mattino successivo ero felice di riprendere l’aereo per San Francisco e di lasciarmi Parigi alle spalle. Un mese dopo mi arrivò una telefonata. Era da Parigi:”Roland è morto”, mi annunciò il suo segretario. Ho riagganciato. Il mondo crollava. Tre mesi dopo ricevetti una lettera laconica nella quale l’assistente mi informava che avrei dovuto discutere la mia tesi nel febbraio successivo. Dovevo tornare. La mia tesi doveva avere una fine e non volevo che fosse la morte di Roland. Sì, dalla sua morte era diventato Roland. Mai finchè era vivo a Parigi, perché per i suoi amici non ero che una stella lontana che gravitava nella galassia del suo sole.

Quando arrivai all’università di Nanterre, in periferia, mi fecero entrare in una sala anfiteatro con centinaia di sedie vuote. Tre insegnanti, amici e colleghi di lunga data di Roland Barthes, aspettavano seduti dietro ad un lungo tavolo. In parte, una sedia vuota. Il primo ha iniziato a dire la sua sulla mia tesi, guardando questa sedia vuota. Un secondo ha posto qualche critica, poi si è fermato a osservare la sedia vuota, prima di interrogarmi. L’ultimo ha commentato il mio lavoro, portando lo sguardo alternativamente su di me e sulla presenza silenziosa tra noi. Alla sedia ho rivolto le risposte alle loro domande: come gli altri, sapevo quale assenza la riempiva. Ho aspettato fuori meno di cinque minuti prima di essere chiamato. “Dottor Lindh, disse il presidente della commissione, è stato promosso con la menzione molto bene”. Ecco, pensai, la mia piccola tesi sulla morte e i pronomi personali raggiunge le opere universitarie e, nella polvere degli anni a seguire, sarà qualche volta consultata da uno studente in tanatologia desideroso di redigere la propria tesi.

Tornato a San Francisco, ho tenuto Barthes con me: le sue opere su una mensola, la sua foto al muro, in cui lui indossa un impermeabile sotto la pioggia e abbassa la testa per accendersi una sigaretta e la sua lettera di congratulazioni. Reliquie dell’uomo più straordinario che avessi mai potuto conoscere. Recentemente ho avuto la sorpresa di ricevere, da un amico parigino, un articolo che iniziava così: “Quindici anni sono passati da quel giorno fatale in cui Roland Barthes, attraversando la rue des Ecoles, è stato investito dal furgone della biancheria”. Leggendo per intero l’articolo, appresi che quel giorno Barthes teneva sottobraccio una tesi sul linguaggio e la morte. Ecco perché consiglio ai miei studenti di non ascoltare chi dice loro che non è mai troppo tardi. E sempre troppo tardi. Ma si deve comunque provare. Fine.

Dall’intervista di André Bourin, Le fond et la forme, 1973 (durata: 12’57”):

Un’assenza, quella data dalla sua morte nel 1980, da una parte e una iper presenza dall’altra, attraverso la voce di chi l’ha conosciuto o incrociato e di chi se ne nutre oggi più che mai: amici di un tempo, studenti di ieri e di oggi, ricercatori, gli rendono omaggio nel corso di tutto questo 2015 che sta celebrando il centenario della nascita un po’ ovunque.

Il mio piccolo tributo a questo grande pensatore è quello di ricordarlo traducendo in italiano per iscritto uno dei numerosi video in rete (qui sopra, appena postato), in cui, direttamente dalla sua voce, apprendiamo aspetti fondamentali della sua estetica, in modo semplice e chiaro, da questioni essenziali de Il piacere del testo del 1973 (il piacere, il godimento, l’erotismo, la destra e la sinistra in letteratura, lo stereotipo e la novità e questioni sull’autore di un testo).

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Nel 1953 Roland Barthes si rivela al pubblico con il suo primo libro, Il grado zero della scrittura. Ciò che più tardi viene definita nuova critica, nasce con questo libro. Nel corso di due decenni l’opera barthesiana si arricchisce attraverso Miti d’oggi e saggi su Racine, Sade, Michelet e Balzac. Libri che non hanno nulla a che vedere con la critica tradizionale, da cui tutte le polemiche derivano. Ad oggi (1973) Barthes conferma la sua estetica attraverso la pubblicazione di un piccolo libro, di poche pagine ma che offre molto da riflettere, Il piacere del testo. Nell’intervista postata sopra, dello stesso anno della pubblicazione de Il Piacere del testo, Barthes spiega che il piacere della lettura potrebbe considerarsi ambiguo o, per lo meno, incerto per varie ragioni. Una prima evidenza è che il piacere della lettura dipende da colui che legge: uno si annoia leggendo un testo che qualcun altro ama e viceversa, per cui è molto difficile cercare di proporre una sorta di legge generale riguardante il piacere della lettura. E questa è una una prima incertezza. La seconda incertezza è che la nozione stessa di piacere, intesa su un piano psicologico, è male conosciuta. Senza voler fare della filosofia, della storia della filosofia (che sarebbe fuori luogo qui, dice), tutta la filosofia occidentale, nel suo insieme, ha più o meno censurato il concetto di piacere; i filosofi del piacere sono rarissimi nella nostra tradizione (si possono citare filosofi lontani o marginali come Epicuro, Sade, forse Diderot) e, di conseguenza, parlando di piacere dobbiamo scontrarci con una certa resistenza culturale. Il piacere è una nozione generalmente resa futile dall’opinione corrente. Una terza incertezza viene dal fatto che la scienza che più si è avvicinata al concetto di piacere, la psicanalisi, introduce delle sfumature, delle differenze tra diversi tipi di piacere. Una prima opposizione di cui Barthes dice di essersi servito, nonostante egli stesso sostenga non essere vera ma avere semplicemente un valore di guida, di conduzione, di conduttore teorico: si tratta dell’opposizione tra piacere e godimento. Non si tratta di stabilire una classifica tra testi di piacere e testi di godimento. Ciò che può essere inteso come piacere provato dal lettore per un testo è una specie di euforia, di conforto, di rafforzamento del proprio io; ed è questo tipo di piacere che è compatibile con la cultura: c’è un piacere della cultura. D’altro canto, il godimento è qualcosa di più radicale e assoluto: è qualcosa che scuote, divide il lettore, lo pluralizza, lo spersonalizza. Un’esperienza molto diversa e che, molto spesso, va contro la cultura nel senso che i testi di godimento, molto rari e variabili da chi/quando li legge, sono testi che hanno il valore di esperienza limite o marginale. Alla domanda posta di come giustifica un linguaggio impregnato di termini erotici parlando di critica letteraria e di letteratura, Barthes, accendendosi una sigaretta e iniziando la risposta con la stessa tra le labbra, risponde che se dovesse usare una parola proprio non userebbe il termine erotismo. Non per moralismo, ma al contrario, perché è un termine ormai estremamente sprecato e che non è chissà quanto originale parlare di erotismo. Ma, anche volendo postulare il termine erotismo, lo si deve intendere dal contesto analitico: l’erotismo è l’investimento amoroso in un oggetto, che può benissimo non essere una figura umana. Esistono numerosi sostituti erotici, spiega, in particolare un testo può diventare un feticcio.

“Lei sostiene che il piacere è a destra. E’ un paradosso, un ammiccamento al lettore o un’opinione profonda?”. No, ho preso ciò che credo essere l’opinione corrente sul piacere attribuito al piacere della letteratura, del testo, una specie di contesto reazionario. Credo che esista una destra e una sinistra nella cultura così come nella letteratura. Il senso del mio libro è quello di persuadere gli scrittori, gli intellettuali e i ricercatori di sinistra che devono assumere il concetto di piacere nella teoria del testo, perché, in generale, la letteratura di sinistra è spesso presentata sotto valori di lotta, di impegno. Ho voluto mostrare che non c’è contraddizione tra l’impegno sociale e l’impegno ideologico-politico di un testo, da una parte e dall’altra parte la sua energia, il suo potere di piacere che chiamo potere erotico.

“Qual è la sua idea dello scrittore in quanto autore di un testo?” Inspirando una boccata di nicotina: questa è una questione che la critica letteraria ha cercato di affrontare da una decina d’anni… diciamo che  c’è una certa idea dello scrittore che non è più possibile, lo scrittore non può più essere considerato come diceva Mallarmé, come un “signore” che gestisce la sua opera, che è il padre della stessa e a cui si possano attribuire tutti i benefici passionali del proprio libro… credo che ci sia stato un momento, necessario, di attaccarsi alla nozione di autore, ma ora che lo sterramento è avvenuto, è possibile integrare l’autore in una certa visione della letteratura, in un altro posto. Il cambiamento avvenuto non è circolare ma a spirale, per spiegarmi… credo che si possa benissimo interessarsi, leggendo un’opera, alle figure dell’autore che indoviniamo dietro il testo ma che non sono la sua persona. Questo è un po’ quello che ho voluto mostrare.

“Lei impiega la parola novità. Opere nuove che mette in contraddizione con altre…Credo che abbia un senso molto particolare…” Sì, questo ha a che vedere con una specie di intolleranza personale con qualsiasi forma di letteratura, pensiero o linguaggio – soprattutto – stereotipati. Non mi piacciono gli stereotipi e penso che la nostra storia stessa, ora come ora, ci chiami continuamente all’innovazione. Quindi per me il nuovo ha un valore catartico, di purificazione, a prescindere dal conflitto che il nuovo apporta; il nuovo è un percorso dialettico, necessario della storia attuale. Siamo una società mobile e quindi dobbiamo spingerci oltre, più lontano, avanti e altrove.

“Lei dice che il nuovo non è una moda” Sì, perché è la critica che si volge spesso alla novità, si pensa che non sia importante e si sostiene essere solo una moda. La moda può essere qualcosa di importante per la storia della società, penso che la ricerca dell’innovazione sia tuttavia molto difficile perché avviene molto facilmente una specie di stereotipo del nuovo. E per questo è difficile fare veramente del nuovo, ma credo che l’innovazione sia qualcosa di necessario alla dialettica stessa della società. Siamo in una società mobile, non in una società immobile, bisogna accettarlo, l’innovazione è ciò che ci fa camminare, che ci fa aderire al movimento.

“Parla di una specie di perversione della lettura, di una lettura tragica e di una lettura drammatica..” Sì, certo, mi riferisco ad un senso preciso della parola “perversione”, nel senso che essa ha nella psicanalisi freudiana, in cui la perversione è questa disposizione che, in qualche modo, divide il soggetto in due. Freud usa la parola scissione dicendo che il soggetto è scisso in due. Una parte entra in contraddizione con l’altra parte del soggetto. Ho applicato questa tensione alla tragedia perché il lettore, lo spettatore di un certo tipo di tragedie conosce molto bene come va a finire, come nella tragedia di Edipo, e tuttavia si comporta come se non conoscesse la fine. Vive una serie di emozioni, di piaceri, come se non conoscesse la fine. E’ questo senso di scissione, di divisione che definisce il mio senso di perversione.

“Alla fine del suo libro parla dello sforzo compiuto dall’artista per distruggere l’opera. E’ questa la fine del testo?” Sì, ho impiegato quest’espressione pensando alla pittura, virgolettando la parola perché pensavo più alla pittura che alla letteratura… credo che nelle opere cosiddette plastiche, come pittura e scultura, ci sia una specie di sforzo impressionante per arrivare a una distruzione della categoria stessa dell’arte, dell’estetica… riguardo alla letteratura è più complesso: non si può mai assimilare un testo a un’opera pittorica o visuale semplicemente perché il testo, a prescindere da come ci prenda, veicola un senso… il testo è costruito dal linguaggio, quindi la distruzione del linguaggio non può essere fatta dal testo… quindi per il testo i problemi estetici sono completamente diversi.

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La “Morte dell’autore” (1968, in Les bruissements de la langue) andrebbe approfondita: quell’autore che “muore” per lasciare spazio al proprio lettore, tema presente in tutta la produzione di Roland Barthes e divenuto una sorta di topos degli studi letterari degli ultimi decenni. Una riflessione simpatica: https://sites.dartmouth.edu/italiandigitalliterature/un-po-di-teoria/nuovi-autori/la-morte-dellautore/ . Anche su questo tema si trova molto in rete.

Suggerimenti per alcuni approfondimenti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Roland_Barthes

http://www.federiconovaro.eu/roland-barthes-10-ragioni-per-scrivere/

http://archiviostorico.corriere.it/2006/giugno/16/Barthes_ascesa_declino_dell_ultimo_co_9_060616029.shtml

In francese (con varie foto di Roland Barthes):

http://www.roland-barthes.org

L’articolo di Stewart Lindh che ho tradotto in italiano, tratto da “Liberation”:

http://next.liberation.fr/culture/2015/04/29/la-deadline-franchie-par-roland-barthes-un-25-fevrier_1277000

Sul lavoro di Lindh sulla morte nei media americani:

http://www.persee.fr/doc/assr_0335-5985_1981_num_51_2_2549_t1_0257_0000_2

Dalla serie “Radioscopie” di Jacques Chancel, intervista a Roland Barthes sulla scrittura:

Intervista di Alex Mathiot a Tiphaine Samoyault su Radio Shalom Besançon del 10 novembre:

https://www.mixcloud.com/RadioShalomBesancon/la-plume-entre-les-dents-dalex-mathiot-entretien-autour-de-roland-barthes-w-tiphaine-samoyault/

La nouvelle critique: https://fr.wikipedia.org/wiki/Nouvelle_critique_(littérature)

 

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